di Nicola Campogrande
Il
libro si intitola Da una lacrima sul viso... Ovvero: come guarire i mali
del cuore attraverso l’ascolto omeopatico delle 50 canzoni più
deprimenti del pop italiano, lo hanno scritto Paola Maraone e Paolo Madeddu
e lo ha appena pubblicato Kowalski Editore. È un volumetto molto
scherzoso, naturalmente, che prova ad associare diverse patologie sentimentali
a varie canzoni, e funziona così: partendo dal disturbo si può
arrivare alla “propria” canzone (tipo: se uno prova un sentimento
di vuoto, la canzone è Un giorno credi di Bennato; se giudica fallimentare
la propria vita sentimentale, la canzone è invece Almeno tu nell’universo,
immortalata da Mia Martini; e così via); a quel punto si può
ascoltare la canzone “personale” a fondo, più e più
volte; poi si può uscire dal tunnel trovando una terapia (del genere:
se la vostra canzone è Sassi di Gino Paoli il rimedio è
ascoltare a lungo Per te… di Jovanotti – scoprite da soli
il perché). È soltanto un gioco, è chiaro, però
condotto con la giusta allegria. Tanto che non ho potuto fare a meno di
domandarmi: e con la musica classica, come la mettiamo? Quali sono le
cinquanta partiture più deprimenti della musica colta occidentale?
Provando a rispondermi, però, mi sono arenato, e l’ho fatto
su un territorio che conosco bene, quello nel quale l’oggetto “musica
classica” è sinonimo di mondi e significati diversissimi
a seconda dell’insieme di persone alle quali ci si rivolge. Per
il mondo esterno, per quel 93% circa di persone che non la ascoltano abitualmente,
tutta la musica classica lenta, e una parte soggettivamente variabile
di quella veloce, è di per sé sostanzialmente deprimente.
Non è musica che comunica loro emozioni positive, vitali; è
musica che, nel migliore dei casi, si adatta allo spot di un cioccolatino
o alla sala d’attesa del dentista. Per gli altri, per coloro che
invece sono abituati ad ascoltarla, ho l’impressione – ma
ditemi la vostra – che non esista musica deprimente. C’è
musica noiosa, c’è musica brutta, c’è naturalmente
musica triste e struggente, ma non esiste musica deprimente. E sapete
perché? Perché dietro alla musica classica ci sono troppo
lavoro, troppe energie, troppe somme di saperi perché li si possa
dedicare a qualcosa che fotografi, o illustri, la depressione. Anche nelle
sue pagine più tetre, la musica classica mantiene una vitalità
che è poi quella che la consegna alla storia – quando questo
accade, naturalmente.
Per me è stato un pensiero illuminante: l’equazione pop=vita,
classica=morte è da rovesciare; a patto che, ovviamente, si abbia
voglia di aprire le orecchie e ascoltare, ascoltare davvero.
Non credete?