aprile 2006

editoriale


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La musica classica è deprimente?

di Nicola Campogrande

Nicola CampograndeIl libro si intitola Da una lacrima sul viso... Ovvero: come guarire i mali del cuore attraverso l’ascolto omeopatico delle 50 canzoni più deprimenti del pop italiano, lo hanno scritto Paola Maraone e Paolo Madeddu e lo ha appena pubblicato Kowalski Editore. È un volumetto molto scherzoso, naturalmente, che prova ad associare diverse patologie sentimentali a varie canzoni, e funziona così: partendo dal disturbo si può arrivare alla “propria” canzone (tipo: se uno prova un sentimento di vuoto, la canzone è Un giorno credi di Bennato; se giudica fallimentare la propria vita sentimentale, la canzone è invece Almeno tu nell’universo, immortalata da Mia Martini; e così via); a quel punto si può ascoltare la canzone “personale” a fondo, più e più volte; poi si può uscire dal tunnel trovando una terapia (del genere: se la vostra canzone è Sassi di Gino Paoli il rimedio è ascoltare a lungo Per te… di Jovanotti – scoprite da soli il perché). È soltanto un gioco, è chiaro, però condotto con la giusta allegria. Tanto che non ho potuto fare a meno di domandarmi: e con la musica classica, come la mettiamo? Quali sono le cinquanta partiture più deprimenti della musica colta occidentale? Provando a rispondermi, però, mi sono arenato, e l’ho fatto su un territorio che conosco bene, quello nel quale l’oggetto “musica classica” è sinonimo di mondi e significati diversissimi a seconda dell’insieme di persone alle quali ci si rivolge. Per il mondo esterno, per quel 93% circa di persone che non la ascoltano abitualmente, tutta la musica classica lenta, e una parte soggettivamente variabile di quella veloce, è di per sé sostanzialmente deprimente. Non è musica che comunica loro emozioni positive, vitali; è musica che, nel migliore dei casi, si adatta allo spot di un cioccolatino o alla sala d’attesa del dentista. Per gli altri, per coloro che invece sono abituati ad ascoltarla, ho l’impressione – ma ditemi la vostra – che non esista musica deprimente. C’è musica noiosa, c’è musica brutta, c’è naturalmente musica triste e struggente, ma non esiste musica deprimente. E sapete perché? Perché dietro alla musica classica ci sono troppo lavoro, troppe energie, troppe somme di saperi perché li si possa dedicare a qualcosa che fotografi, o illustri, la depressione. Anche nelle sue pagine più tetre, la musica classica mantiene una vitalità che è poi quella che la consegna alla storia – quando questo accade, naturalmente.
Per me è stato un pensiero illuminante: l’equazione pop=vita, classica=morte è da rovesciare; a patto che, ovviamente, si abbia voglia di aprire le orecchie e ascoltare, ascoltare davvero.
Non credete?