di Angelo Chiarle
Meticciato
prossimo venturo. Così titolava nel febbraio 1999 Manuel Vázquez
Montalbán una celebre intervista al subcomandante Marcos, portavoce
colto di «un meticciato critico ed emancipatore». «Logiche meticce» definirebbe
Jean-Loup Amselle, l´antropologo dell´universalità
delle culture, non solo quelle bellicose del guerrigliero zapatista, ma
forse anche quelle artistiche di Mimmo Cuticchio. Una vita errabonda come
cuntista e puparo, votata a una sfida: conservare la tradizione declinandola
insieme con l´innovazione e la sperimentazione.
A Torino racconterà di battaglie?
«Userò solo la narrazione, in veste di cuntista. Il contastorie
è ancora più antico dell´opera dei pupi: deriva dal
Medioevo, epoca di giullari e menestrelli. Il cuntista parla la propria
lingua, cioè il siciliano, mentre i personaggi nobili parlano in
italiano».
Lei è un artista che ama conservare le tradizioni cercando
però delle innovazioni…
«Parliamoci chiaro: non ci può essere il figlio se non c´è
il padre. Mio padre era un puparo tradizionale: amava raccontare una storia
a puntate. Recitava all´antica. Io ho potuto imparare da mio padre
il teatro che si faceva nell´Ottocento. Siccome, però, mi
trovo a superare la china del XX secolo, ho capito che bisognava restaurare
quest´arte, senza tradirla. E quindi anche contaminarla, se necessario,
con altre forme espressive. Io parto dalla tradizione della famiglia,
ma reinvento una mia tradizione. Non conservo per mummificare. Conservo
per utilizzare».
Possiamo considerare il suo teatro una nicchia protetta, in
cui ci si prende tutto il tempo necessario per raccontare, per sognare…
«Lo dico sempre ai miei allievi: qui dentro c´è un tempo
altro. Non possiamo avere gli stessi ritmi della vita di oggi. Questo
tempo altro è prima di tutto capacità di ascoltare quello
che si dice, le parole e il suono della voce. Mi sento dire, anche all´estero,
che il mio è un teatro antico che smuove le emozioni di oggi, che
emoziona ancora. Ciò per me è importante perché significa
che l´uomo, tutto sommato, nella sua matrice non ha perso ancora
la sua umanità».
Un messaggio di fiducia?
«Chi intuisce che l´uomo non si deve fare travolgere dalle mode
deve difendere alcuni valori. Io difendo quello della narrazione, sia
con la voce sia con i pupi. Lo difendo perché l´uomo non
deve perdere il senso del raccogliere per raccontare. Perché il
passato serva sempre per migliorare il futuro».
Un elemento che collega la sua arte alla musica antica è
l´improvvisazione…
«Il cuntista anticamente era come un direttore che suona tutta l´orchestra
completa. Per me il cunto è come suonare musica jazz. Mi viene
voglia di sperimentare insieme con altri gruppi che eseguono musica medievale,
rinascimentale, ma anche contemporanea. Credo che oggi la promiscuità
non sia più un danno, ma possa essere un guadagno. La vedo come
una possibilità altra».
Capacità di "alterità". Questa categoria forse tirerebbe in ballo Emmanuel Lévinas a proposito della "musica antica". Che non sia solo una banale moda commerciale ormai più nessuno lo pone in dubbio. C´è stata una fase in cui il suono "altro" degli strumenti "originali" generava non poche perplessità (memorabili certe stroncature di Massimo Mila). Ma è pur sempre vero che l´altro si può leggere in termini di sfida, di stimolo a crescere. Diversi compositori contemporanei hanno intuito le potenzialità di un nuovo cimento: comporre note moderne pensando a suoni dal flavour antico. John Tavener e David Bedford hanno incominciato a farlo per l´Academy of Ancient Music. «Penso sia importante offrire il suono delle orchestre specializzate ai compositori odierni: loro apprezzano il nostro suono, noi apprezziamo la loro musica», spiega Christopher Hogwood. Un audace esploratore quale Andreas Staier ha offerto a Brice Pauset il proprio forte-piano come laboratorio per sperimentare un contraltare contemporaneo alla schubertiana Sonata D. 845. Nulla di più seducente per l´ensemble Astrée-Montis Regalis che alternare ai cunti di Mimmo Cuticchio musiche del Sei-Settecento e due brani di due giovani autori dei nostri tempi, Marco Betta e Nicola Campogrande. «In fondo, dobbiamo dimostrare che siamo vivi e che ci siamo adesso: non siamo persone storiche, ma uomini moderni!». Parola di Hogwood. (a.c.)