di Fabrizio Festa
Il
gospel bene esemplifica quel modello di "canto sacro" che per
secoli – almeno fino al Concilio Vaticano Secondo, e il punto di partenza
è il gregoriano – ha dominato qualsiasi liturgia musicale in ambito
cristiano. La ragione è semplice: la sua struttura si basa su un
principio retorico e rituale, che non appartiene solo ed esclusivamente
all´ambito musicale. Il gospel, infatti, replica in versione afro-americana
lo schema dell´antifona, dove a un officiante risponde il coro.
Dal punto di vista della funzionalità dello schema poco importa
se si tratti di litanie, salmi, preghiere o canti. L´efficacia di
questa struttura elementare, ma intramontabile, sta tutta nel gioco della
domanda e della risposta, dove la domanda in realtà spesso è
un´affermazione perentoria, e la risposta non è che la conferma,
non è che una presa d´atto (o di coscienza, se si preferisce).
Certo, la musica rende il tutto meno meccanico. Nella liturgia cattolica
romana troppo spesso il rito si è ridotto a routine, sebbene in
altre chiese cristiane (pensiamo a quella greco-ortodossa) proprio il
momento responsoriale (ad esempio, il lungo, salmodiato, elenco dei santi)
è invece la scintilla che accende un´emozione mistica, proprio
a causa del dipanarsi magico delle parole, appena modulate, a imitare
un canto lungo quanto l´eternità. Nel gospel questa "modulazione"
diviene tema, e l´eternità s´accentra nella potenza
energetica del ritmo. Domanda e risposta sono il carburante di una liturgia
sonora nella quale tanto chi canta, quanto chi ascolta, è chiamato
a dire la sua. Qui sta l´essenziale differenza rispetto al resto
del mondo cristiano. L´officiante (il solista) e il coro non hanno
l´esclusiva nella gestione del rito. Anzi, il ritmo incalzante serve
a stanare anche il più accidioso dei fedeli (e Sue Conway, vista
la longevità del suo gruppo, con una quindicina di anni di carriera
alle spalle, ne ha fatto uno strumento particolarmente efficiente), e
a costringerlo a partecipare poiché, quando l´anima riesce
a cantare, il Signore ci ascolta. Di conseguenza, è nel canto che
sta il tramite per avvicinarsi a Dio, e chi possiede il dono della voce
non può che condividerlo con la comunità. È un talento
che gli viene direttamente dall´alto dei cieli, sprecarlo sarebbe
davvero un peccato. Sue Conway, nata peraltro in quella Chicago che alla
musica afro-americana ha dato un contributo essenziale, ha aderito alla
lettera a questi precetti al punto che, non solo è divenuta famosa
in ambito gospel, grazie anche alla bravura del suo ensemble, ma ha saputo
guadagnarsi una solida reputazione anche in altri contesti. Ovviamente,
in quelli limitrofi del jazz, del blues e del rock. D´altronde a
questi linguaggi il gospel dei nostri anni attinge ampiamente. La musica
divina, quella dell´anima, almeno secondo il canone afro-americano,
deve parlare ai cuori di tutti, e quindi trovare una sorta di chiave sonora
universale. Da qui l´esigenza di non limitare il repertorio (perché
ormai esiste un repertorio gospel codificato) ai cento, o mille, brani
noti, ma di estenderlo, appropriandosi di tutto ciò che può
essere utile alla causa. A questa regola non sfugge nemmeno la Conway.
Tant´è che ha interpretato (premiatissima) Bessie Smith (la
regina del blues) in teatro, così come la troviamo a fianco degli
artisti più diversi. Ha collaborato con Stevie Wonder e Patti LaBelle,
con Roberta Flack e Natalie Cole, segno evidente di quanto saper "cantare
il gospel" significhi possedere un talento davvero speciale. Un talento
che ti permette di affrontare altri generi con sicurezza, con quell´abilità
che deriva dalla convinzione inossidabile, cui prima facevamo riferimento:
il canto è un dono di Dio.