dicembre 2006

unione musicale


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The Sue Conway Victory Singers
Musica dell´anima che parla al cuore

di Fabrizio Festa

The Sue Conway Victory Singers Il gospel bene esemplifica quel modello di "canto sacro" che per secoli – almeno fino al Concilio Vaticano Secondo, e il punto di partenza è il gregoriano – ha dominato qualsiasi liturgia musicale in ambito cristiano. La ragione è semplice: la sua struttura si basa su un principio retorico e rituale, che non appartiene solo ed esclusivamente all´ambito musicale. Il gospel, infatti, replica in versione afro-americana lo schema dell´antifona, dove a un officiante risponde il coro. Dal punto di vista della funzionalità dello schema poco importa se si tratti di litanie, salmi, preghiere o canti. L´efficacia di questa struttura elementare, ma intramontabile, sta tutta nel gioco della domanda e della risposta, dove la domanda in realtà spesso è un´affermazione perentoria, e la risposta non è che la conferma, non è che una presa d´atto (o di coscienza, se si preferisce). Certo, la musica rende il tutto meno meccanico. Nella liturgia cattolica romana troppo spesso il rito si è ridotto a routine, sebbene in altre chiese cristiane (pensiamo a quella greco-ortodossa) proprio il momento responsoriale (ad esempio, il lungo, salmodiato, elenco dei santi) è invece la scintilla che accende un´emozione mistica, proprio a causa del dipanarsi magico delle parole, appena modulate, a imitare un canto lungo quanto l´eternità. Nel gospel questa "modulazione" diviene tema, e l´eternità s´accentra nella potenza energetica del ritmo. Domanda e risposta sono il carburante di una liturgia sonora nella quale tanto chi canta, quanto chi ascolta, è chiamato a dire la sua. Qui sta l´essenziale differenza rispetto al resto del mondo cristiano. L´officiante (il solista) e il coro non hanno l´esclusiva nella gestione del rito. Anzi, il ritmo incalzante serve a stanare anche il più accidioso dei fedeli (e Sue Conway, vista la longevità del suo gruppo, con una quindicina di anni di carriera alle spalle, ne ha fatto uno strumento particolarmente efficiente), e a costringerlo a partecipare poiché, quando l´anima riesce a cantare, il Signore ci ascolta. Di conseguenza, è nel canto che sta il tramite per avvicinarsi a Dio, e chi possiede il dono della voce non può che condividerlo con la comunità. È un talento che gli viene direttamente dall´alto dei cieli, sprecarlo sarebbe davvero un peccato. Sue Conway, nata peraltro in quella Chicago che alla musica afro-americana ha dato un contributo essenziale, ha aderito alla lettera a questi precetti al punto che, non solo è divenuta famosa in ambito gospel, grazie anche alla bravura del suo ensemble, ma ha saputo guadagnarsi una solida reputazione anche in altri contesti. Ovviamente, in quelli limitrofi del jazz, del blues e del rock. D´altronde a questi linguaggi il gospel dei nostri anni attinge ampiamente. La musica divina, quella dell´anima, almeno secondo il canone afro-americano, deve parlare ai cuori di tutti, e quindi trovare una sorta di chiave sonora universale. Da qui l´esigenza di non limitare il repertorio (perché ormai esiste un repertorio gospel codificato) ai cento, o mille, brani noti, ma di estenderlo, appropriandosi di tutto ciò che può essere utile alla causa. A questa regola non sfugge nemmeno la Conway. Tant´è che ha interpretato (premiatissima) Bessie Smith (la regina del blues) in teatro, così come la troviamo a fianco degli artisti più diversi. Ha collaborato con Stevie Wonder e Patti LaBelle, con Roberta Flack e Natalie Cole, segno evidente di quanto saper "cantare il gospel" significhi possedere un talento davvero speciale. Un talento che ti permette di affrontare altri generi con sicurezza, con quell´abilità che deriva dalla convinzione inossidabile, cui prima facevamo riferimento: il canto è un dono di Dio.




domenica 17 dicembre

Conservatorio ore 16.30
serie didomenica
The Sue Conway Victory Singers