di Nicola Pedone
Se
nella scorsa stagione Frühbeck de Burgos aveva presentato una serata di
autori spagnoli doc – aiutato in ciò da uno tra i massimi virtuosi
di chitarra spagnola oggi sulla scena, Pepe Romero – questo appuntamento
con l´Osn della Rai ruota piuttosto intorno a una certa idea di
Spagna ricreata da autori non spagnoli. Una Spagna come state of mind,
dunque, astrazione di secondo grado, dove musicisti di ogni dove hanno
di volta in volta cercato calore e colore, antiaccademismo, sensualità,
freschezza. Una Spagna fatta anche, inevitabilmente, di abbagli ed equivoci,
ma pure di straordinarie invenzioni musicali.
Nel brano di apertura, la Ritirata notturna di Boccherini-Berio, il gioco
di specchi si moltiplica: un musicista del Novecento rifà un musicista
del Settecento che, a sua volta, gioca con un motivetto, non sappiamo
se spagnolo o già spagnoleggiante. Importa invece che per stratificazioni
successive si crei l´effetto di una banda che, apparsa come di lontano
in una di quelle lunghissime avenidas della capitale, ci passa accanto
travolgendoci di suoni, per allontanarsi poi nella notte madrilena con
un lungo diminuendo.
La Sinfonia spagnola per violino e orchestra di Édouard Lalo, dedicata
al grande violinista spagnolo Pablo de Sarasate, condivide con la Carmen
di Bizet (in scena proprio lo stesso anno, il 1875) suggestioni e profumi
di Spagna, più che veri riferimenti a materiali musicali iberici.
Lo cogliamo bene nel modo in cui sono incorniciati i due movimenti centrali,
Scherzando e Intermezzo: il primo con l´orchestra che mima e amplifica
allo stesso tempo una chitarra impegnata in una seguidilla, il secondo
introdotto e concluso da un ritmo di habanera. O anche nell´invenzione
melodica – estroversa e seducente – dell´ultimo tempo, Rondo allegro,
forse il più "spagnolo" di tutta la Sinfonia. Perché
di sinfonia si tratta, non di concerto, nonostante il ruolo indiscutibilmente
solistico del violino. A Lalo, che pure era stato concertista di violino,
interessava uscire dalle secche di certo virtuosismo post-paganiniano,
che mortifica l´accompagnamento a vantaggio del solista: che il
vento di Spagna, gonfiando e colorando l´orchestra, lo abbia aiutato
proprio in ciò?
In questa piccola antologia di musica spagnola immaginaria, il caso del
Capriccio di Rimskij-Korsakov è forse il piu divertente. Il favore
con cui il brano fu salutato alla prima (San Pietroburgo, 5 dicembre 1887)
si trasformò in travolgente successo all´Esposizione Universale
di Parigi del giugno 1889 e l´anno successivo alla Monnaie di Bruxelles.
Stessa accoglienza quando, poco dopo, il Capriccio approdò nella
"sua" Spagna. Ma proprio qui il critico Esperanza y Sola non
poté fare a meno di osservare come il brano, a dispetto del suo
aggettivo, rivelasse «un desconocimiento palpable de nuestra música
popular»; elemento per altro comune «a cuantos compositores extranjeros
han querido copiarla o inventarla».
All´Esposizione parigina era presente anche Ravel quattordicenne
ed è facile immaginarlo tra il pubblico entusiasta che applaudiva
Korsakov, così come è certo che conoscesse anche il brano
di Lalo. E tuttavia di marca diversa e unica è l´attenzione
che Ravel ebbe per la musica spagnola in tutto l´arco della sua
produzione, dalla Rhapsodie espagnole (1908) al Boléro (1928).
Conoscitore della cultura iberica (la madre di Ravel era spagnola), il
musicista andò ben oltre la ricerca di effetti. Egli si servì
piuttosto di materiali ed elementi della musica spagnola per farne qualcosa
di proprio: se nella sua musica sentiamo risuonare la Spagna non pensiamo
alla pennellata, ma a Ravel stesso e alla sua personalissima cifra stilistica.
Scelta felice, dunque, quella di chiudere con Ravel una serata di Spagna
immaginaria e immaginifica che si era aperta con Berio.