di Oreste Bossini
Il
programma del concerto di Roberto Abbado con la Chamber Orchestra of Europe
suscita un´interessante domanda probabilmente senza risposta, ossia
perché la musica italiana non è riuscita a raggiungere una
posizione originale e autonoma nell´ambito del genere sinfonico.
Mettere a confronto la Sinfonia in re maggiore di Luigi Cherubini e il
Secondo concerto per orchestra di Goffredo Petrassi da una parte, la Settima
sinfonia di Beethoven dall´altra, rappresenta lo specchio fedele
di un rapporto complesso e non del tutto risolto degli autori italiani
con la musica strumentale "assoluta", per usare una definizione
inventata non a caso dai musicologi tedeschi. Né Cherubini, né
tantomeno Petrassi erano degli sprovveduti sul piano della scienza musicale.
Entrambi si erano formati sullo studio della polifonia classica italiana,
in particolare di Palestrina. Cherubini aveva studiato a Bologna con Giuseppe
Sarti, grande contrappuntista e tenace musicista conservatore, per il
quale l´opera napoletana, allora al culmine della sua parabola,
era nel migliore dei casi acqua fresca, altrimenti un tossico da evitare
con cura. Cherubini stesso divenne, da direttore del Conservatorio di
Parigi, la voce più autorevole in materia di contrappunto, pubblicando
un Cours de contrepoint et de fugue rimasto in uso per molti decenni.
Non era tuttavia un acido teorico, ma un musicista innamorato del rigore
intellettuale della disciplina. Il suo motto era «il libro va bene, ma
l´analisi è meglio».
Petrassi, da parte sua, è stato anche un magistrale pittore di
strumenti, oltre che un profondo conoscitore della polifonia vocale italiana.
Il ciclo degli 8 Concerti per orchestra costituisce nel suo insieme il
maggior affresco sonoro della musica italiana del Novecento. In queste
opere di stile impeccabile e moderno, ogni strumento agisce all´interno
di un panorama unitario e di una coralità d´intenti, ma sempre
con una collocazione particolare e un colore speciale. Cherubini compose
una sola sinfonia, nel 1815, nel suo stile, così forte e serio,
apprezzato sia da Haydn sia da Beethoven, che sembrava il più adatto
alla nuova concezione ottocentesca della sinfonia. «Credo che il difetto
della Sinfonia – sostiene lo stesso Roberto Abbado – sia il modo di concepire
il Finale. I primi tre movimenti sono magnifici, in particolare lo Scherzo
minuetto, ma l´ultimo non riesce a sollevarsi del tutto dalle formule
musicali, per raggiungere un significato musicale più profondo».
A Cherubini non mancava nulla per essere un grande autore di musica strumentale,
ma gli sfuggiva probabilmente la filosofia con cui Haydn e Beethoven avevano
trasformato la struttura della sinfonia, diventata rappresentazione del
mondo, proiettando tutta la musica dei movimenti iniziali verso il loro
sbocco ultimo e finale.
Il Secondo concerto di Petrassi aggira invece la questione della sinfonia,
con spirito tipicamente novecentesco. Il titolo si riferisce a un´opera,
Concerto (1933), che Petrassi aveva scritto quasi vent´anni prima,
con l´intenzione evidente di portare avanti alcune caratteristiche
della sua brillante opera giovanile. Nel 1951 la scena musicale era ancora
dominata dai protagonisti degli anni Trenta. «Si percepiscono vari influssi
– aggiunge Abbado –, Stravinskij in primo luogo, ma anche certe energiche
sferzate di suono tipiche di Bartók. Ma direi che la figura di
Dallapiccola costituisca la presenza più significativa. Petrassi
cita espressamente una frase del Prigioniero, che acquista nel corso del
Concerto un´importanza strutturale crescente». La musica del Secondo
concerto non ha soluzione di continuità, articolandosi in quattro
sezioni («a mio giudizio, però, bisognerebbe dividere in cinque
parti» sostiene Abbado) che alludono a una forma sinfonica. In questo
caso il modello lontano di riferimento è Haydn, con la sua freschezza
poetica e la concisione del linguaggio e forse si dovrebbe descrivere
quest´opera, un po´ ingiustamente trascurata, come un esempio
di Classicismo astratto.