di Luca Scarlini
Il
flauto magico è una delle opere più amate di Wolfgang
Amadeus Mozart. Ma lo è nel segno di una straordinaria complessità.
Alla nascita presso il popolare Theater Auf der Wieden, il 30 settembre
1791, il successo fu enorme nella dimensione di intrattenimento tipica
del Singspiel a tema magico. Era evidente un collegamento con il repertorio
barocco delle corti e con quello dei Gesuiti, appassionati di ambientazioni
esotiche, anche se in una versione mischiata con la scatenata comicità
popolare di Hanswurst e Kasperl. Una fusione di elementi eterogenei che
fu caldeggiata tra gli altri da Emanuel Schikaneder, impresario, librettista
e cantante, cui si dovette l´andata in scena di una serie di titoli
in tema. In primo luogo Oberon, re degli Elfi (1789), basato sull´allora
popolarissimo poema di Christoph Martin Wieland, autore che è fonte
di ispirazione anche per i lavori seguenti messi in opera dal dinamico
uomo di teatro, riferiti a diverso titolo alla raccolta di fiabe orientali
Dschinnistan. Gli altri successi furono infatti La pietra filosofale (in
cui si narrano le squinternate vicende di un improbabile discendente di
Re Marco), opera di più autori, in cui compaiono anche momenti
di mano mozartiana, Der Wohltätige Derwisch e appunto Il flauto magico,
ispirato alla fiaba Lulu, cui fece seguito anche un fortunato "sequel"
nel 1798: Das Labyrinth oder der Kampf mit den Elementen, musicato da
Peter von Winter. Agisce qui evidentemente una vera e propria consonanza
di intenti: può valere infatti anche per la Zauberflöte la definizione
wielandiana che affermava decisamente «sembra curioso che due inclinazioni
tra loro così contraddittorie come l´attrazione per il meraviglioso
e l´amore per la verità siano altrettanto naturali, eppure
è così». La trama mozartiana, cui contribuì anche
Karl Ludwig Gieseke, destinato a trovare la fama come avventuroso mineralogista,
è legata in primo luogo alla fascinazione delle immagini: quella
dei geroglifici e dei simboli sacri, tra continui riti di iniziazione.
Mozart d´altra parte aveva già realizzato la colonna sonora
per il dramma eroico di ambiente egiziano Thamos König in Ägipten di Tobias
Philipp Freiherr von Gebler, su cui tornò più volte dal
1779 al 1791. Il côté scenografico del Flauto porta infatti in
scena con maggiori dettagli l´iconografia egizia già centrale
in quel lavoro e in opere come il romanzo Sethos (1731), presentazione
di larga fortuna in tutta Europa di un campionario di riferimenti già
frequentatissimo nel Rinascimento e rilanciato dal movimento massonico,
cui il compositore com´è noto aderì. Alla relazione,
complessa, tra Mozart e il mondo degli illuminati, si debbono pagine notevolissime
come la straordinaria cantata Die Maurerfreude K. 471 per tenore, coro
maschile e orchestra e la Marcia funebre K. 447, spesso basate su una
struttura ternaria e nella tonalità tipicamente massonica di mi
bemolle maggiore. Non piccolo d´altra parte infatti è il
contributo del mondo massonico alla musica (tra Clerambault e Jean-Philippe
Rameau), sia pure in genere su livelli assai lontani dalla straordinaria
qualità mozartiana. La centralità di un momento creativo
importante è ribadita anche dal tentativo di Johann Wolfgang Goethe,
grande fan della storia del Flauto, di scriverne un seguito, che nessun
musicista volle rivestire di note, ma di cui restano alcuni frammenti
di straordinario interesse. Non pochi sono stati i teologi sedotti dalla
potenza allusiva del lavoro, da Karl Barth ad Hans Küng, e non per caso
il Flauto è stato recuperato dopo un periodo di oblio a partire
dall´area germanica alla fine dell´Ottocento, proprio in una
dimensione di "sacra rappresentazione tedesca", che purtroppo
metteva spesso tra parentesi i pure importanti aspetti comici, come accadeva
nelle coeve rappresentazioni di Don Giovanni.