di Michele dall´Ongaro
È
salutare ricordarsi ogni tanto che non c´è nulla di sacro.
E che si può benissimo frugare e magari fare un po´ di casino
per vedere sotto sotto come è fatta una macchina, come funziona
e se continua a funzionare se montiamo i pezzi in un altro modo. Forse
Alessandro Baricco, nel riscrivere i dialoghi parlati del Flauto magico
di Mozart per la nuova produzione del Regio, aveva in mente proprio questo…
Come è nato questo progetto e perché?
«È nato perché il Teatro Regio aveva pensato di farmi "ritradurre"
le parti recitate. A quel punto, parlandone con Marco Tutino, è
venuta fuori l´idea che sarebbe stato più interessante riscrivere
ex novo quelle parti, visto che sembravano di minor rilievo e vi si poteva
dunque intervenire. Ho evitato una semplice modernizzazione, ho voluto
fare qualcosa di più drastico, inventare una storia diversa».
Si può definire il suo approccio post-moderno?
«No, il post-moderno è un´invenzione dei non-postmoderni
per sottolineare la bizzarria, l´anomalia di questo tipo di atteggiamento
e nascondere invece la sua assoluta normalità. È vero il
contrario: anomalo è rapportarsi col passato basandosi sull´unica
idea che lo si debba riconsegnare al presente tale e quale era».
Che cosa la colpisce del Flauto magico?
«Il tratto squisitamente musicale. Del Flauto magico mi dimentico la storia,
assolutamente. Per me il plot, le implicazioni massoniche ed esoteriche
sono sempre state un po´ d´ostacolo, non m´importano».
Infatti nel suo testo tutto l´apparato iniziatico, massonico,
politico, illuminista è stato semplicemente ignorato…
«Come nel caso dell´Iliade. Quando mettiamo le mani in queste opere
è come se traghettassimo qualcosa da una sponda all´altra
di un fiume, il fiume della lontananza del tempo. Io credo che non dobbiamo
cercare di portare tutto sulla riva opposta, semmai portare qualcosa per
rivitalizzarlo, in modo che torni a parlare. Ciò che mi premeva
è, ad esempio, il fatto che si tratta di un´opera di divertimento.
Ho visto dei Flauti bellissimi ma non ho riso mai… Se non si ride mai
si perde una parte molto significativa, che era ben presente al pubblico
dell´epoca».
Ha scelto una strada che ricorda un certo cinema italiano, tra
Totò, Peppino e Don Camillo, partendo da un meccanismo vecchio
come il mondo che è quello del teatro nel teatro…
«Volevo che la matrice restasse, com´era nell´originale, largamente
popolare. Ma i materiali con cui è fatta questa storia vengono
dalla cultura comune di uno spettatore di teatro d´opera: i matrimoni,
il rapporto moglie-marito, il teatro nel teatro… Sono tutte storie già
presenti nell´immaginario di quelli che vanno all´opera».
In un paese non meglio identificato un sindaco commissiona a
un impresario uno spettacolo da mettere in scena perché arriva
un´autorità di riguardo. Nonostante il cambiamento del contesto
la ragione per cui ascoltiamo la musica di Mozart è perfettamente
spiegata dalla sua drammaturgia.
«Si tratta di strutture che sono in grado di tollerare qualsiasi intromissione,
lo erano già in origine. Si può ben immaginare quanti cambiamenti
venivano apportati con le improvvisazioni. L´obiettivo principale
era quello di far divertire il pubblico. È importante dire che
è stata rispettata tale e quale la sequenza tra parti recitate
e parti musicali. È stato come ricostruire un orologio, dopo averlo
smontato, con dei materiali nuovi, ma l´orologio funziona sempre.
È un lavoro d´artigianato puro che mi ha divertito molto.
Molto difficile, ma molto bello da fare».
Il suo testo sembra fatto un po´ anche per attirare i
giovani, nel lessico, nei riferimenti: Gandalf, Shreck…
«Sarà un privilegio dei più giovani capire battute che gli
altri non capiranno! Però non è un Flauto magico fatto per
portare i giovani a teatro. È un Flauto fatto per vivere un´esperienza
che ho cercato spesso: come risuonerà quell´aria nella testa
di uno che ha appena smesso di ridere fino alle lacrime? Perché
così io me lo immagino. Sono molto curioso, finalmente, di sentirlo
così».