di Gaia Varon
«Il
flauto magico è, fra le opere di Mozart, la più umana, specchio
della vita con le sue contraddizioni». Fabio Biondi lo dirige per la prima
volta – ma è un amore di lunga data, palpabile in ogni parola –
portando a Torino la passione e l´esperienza di un musicista dedito
alla ricerca di una più autentica e corretta prassi esecutiva su
strumenti antichi del repertorio sei-settecentesco, ma sempre curioso
di altri repertori e altre prassi. «L´interpretazione, credo, è
dominante sulla scelta feticistica dello strumento; avvicinandosi a una
partitura, un musicista ha sempre uno stesso obiettivo, perseguibile con
accorgimenti diversi su diversi strumenti. L´Orchestra del Regio,
che non ho mai diretto ma ascoltato sì, è duttile, capace
di caleidoscopicità di colori, snella nell´increspatura dei
suoni; e negli anni io ho accumulato un vocabolario atto a trovare un´intesa
con le orchestre nel riprodurre sullo strumento moderno una certa simbologia
del suono. Piccoli accorgimenti, magari: in questo Flauto, vorrei rimettere
il fortepiano in orchestra; non ci sono recitativi, ma il fortepiano può
servire, come usava ai tempi di Mozart, da collante sonoro, da tactus
ritmico per il palcoscenico, cose che è giusto recuperare; e forse
in questo caso porterà anche a un risettaggio sonoro dell´orchestra
e a una spontanea ritimbratura del suono».
Qual è l´obiettivo, la concezione generale del
Flauto magico secondo Fabio Biondi?
«Molto mitizzato, si presta a letture contraddittorie: da opera legata
a una riflessività massonica a teatro leggero per la Vienna fuori
porta, con semplicità da favola. Io vorrei farlo vivere com´è
stato creato, lasciando affiorare la discontinuità degli ultimi
mesi della vita di Mozart e della partitura stessa, la profondità,
la disperazione, l´abbandono alla vita – dei personaggi e di Mozart
presago per sé – quanto la scrittura gaia, spensierata, gli amici,
una società anche leggera. Lo specchio di un quotidiano e della
vita, con le sue contraddizioni, frammentazioni, incompiutezze. Non Flauto
di purezza, ma la dichiarazione più umana che Mozart ci ha lasciato
per ricordarci che era un figlio della terra come tutti noi».