di Alessio Tonietti
Sarebbe
forse un azzardo sostenere che non esista una melodia che non sia popolare.
Tuttavia, si può certamente osservare come ogni compositore attinga,
consciamente o meno, a un filone sotterraneo di inflessioni e di movimenti
melodici appartenente alla sua tradizione. Ciò è vero sia
che si parli dello slancio lirico degli italiani come della compostezza
e della mestizia di un canto russo. Per quanto "colta" e complessa
possa essere l´elaborazione personale del compositore, la sua musica
"canterà" sempre con quella voce particolare, a meno
che l´autore non la voglia mascherare deliberatamente. Sarebbe quindi
riduttivo assegnare a semplici contingenze storiche e culturali il merito
della straordinaria fioritura, nella seconda metà dell´Ottocento,
delle scuole nazionali dei paesi slavi. La particolare importanza che
il Romanticismo aveva dato alle culture nazionali e la crescita dei fermenti
indipendentisti nei paesi annessi all´Impero asburgico non bastano
a spiegare l´immensa produzione musicale che in questo periodo proviene
dai compositori russi o boemi. È probabile invece che questi avvenimenti
abbiano innescato una "riserva di energia" che non aspettava
altro per liberarsi, svelando un patrimonio e uno spirito che in quel
periodo i vicini teutonici sentivano esaurirsi. Lo stesso Brahms, parlando
del suo collega Dvor?ák, ammise: «sarei veramente contento se mi
venissero in mente idee musicali splendide come quelle che sbocciano naturalmente
dalla sua mente e dal suo cuore».
Il compositore boemo incarna forse l´esempio più chiaro della
situazione culturale del suo paese, che qualche decennio più tardi
si chiamerà Cecoslovacchia, in bilico fra la volontà di
sostenere un´autentica espressività nazionale e la preoccupazione
di inserirsi e farsi riconoscere dalla cultura europea, in particolare
tedesca. La passione e il talento di Dvor?ák affondano le radici
proprio nella musica popolare della sua cittadina natale, di cui subito
si innamorò. Tuttavia, trasferitosi a Praga, importante centro
di diffusione della musica classico-romantica (molte opere di Mozart,
fra cui il Don Giovanni, riscossero i primi successi in questa città),
sentì subito la necessità di adeguarsi ai modelli tedeschi
e di accantonare, seppur a malincuore, quei fremiti trattenuti, quegli
slanci verso un orizzonte indefinito, scritti nella storia di un popolo
abituato a fronteggiare immense pianure inospitali e a custodire gelosamente
i propri sentimenti e valori, come se una bufera potesse portarseli via.
Fu Smetana, il compositore nazionale ceco per antonomasia, a incoraggiarlo
verso una fusione fra le solide strutture formali tedesche e lo spirito
del suo paese. Accade così che nella musica di Dvor?ák si
possano trovare architetture solidissime, che tuttavia contengono melodie
che tendono a straripare, a espandere le emozioni che portano in sé.
Persino nelle opere giovanili, l´evidente sussiego accademico tradisce
una cantabilità inaspettata, come nell´apparente staticità
del Notturno op. 40 oppure nella compostezza della Serenata op. 22. Dvor?ák
non poteva però prevedere che il suo giovane ed eccentrico collega,
Leós? Janác?ek, sarebbe diventato il più coraggioso
sostenitore e ricercatore di quello "spirito" da lui tanto amato.
L´originalissimo compositore, proveniente dalla Moravia, spinge
la sua ricerca oltre la melodia popolare, rivolgendo la sua attenzione
verso le inflessioni della lingua parlata, riempiendo interi quaderni
con le trascrizioni di quello che sentiva per strada. La musica di Janác?ek
vuole essere l´espressione di una verità ignota, nascosta
nel "sangue" del suo popolo. «Avete mai sentito questa musica
singolare? Noi la percepiamo dal di dentro, è forse il ribollire
del sangue? […] Non amo la musica solo per il suono. Solo una vita completa
non si spegne, una vita di suoni».