Visitando il sito ufficiale dei Berliner Philharmoniker scopriamo che, al loro interno, ci sono ben trentacinque Kammermusikgruppen altrettanto ufficiali. Perché mai, viene da domandarsi, chi suona nell´Orchestra forse più prestigiosa al mondo sente poi anche il bisogno di dedicarsi alla musica da camera? Lo chiediamo a Laurentius Dinca, primo violino dei Berliner e leader dei Philharmonische Virtuosen Berlin – una di quelle trentacinque formazioni – vincitori nel 1989 del prestigioso «Viotti d´Oro». «Per suonare in un´orchestra come questa – risponde Dinca – hai bisogno di mantenere un livello qualitativo costantemente alto, non solo quando entri, a venticinque-trent´anni, ma per tutta la carriera. La musica da camera è un formidabile aiuto in questo, per il controllo dell´intonazione, per l´espressione, per il pensare la musica stessa. E, last but not least, dà alla tua vita un piacere addizionale».
Qual è la peculiarità dei Virtuosen? Come lavorate?
«Siamo un ensemble molto flessibile, che varia dal quintetto d´archi
alla piccola orchestra da camera. Quanto al modo di lavorare, come leader
del gruppo studio accuratamente il brano; poi lo approfondiamo insieme,
prova dopo prova, e infine lo eseguiamo, normalmente senza direttore».
Proponete solo partiture originali o anche trascrizioni?
«Generalmente brani originali. Le Cuatro estaciónes parteñas e
il Tango ballet di Piazzolla sono un´eccezione».
A Torino eseguirete appunto Dvorák e Piazzolla. Due musicisti
distanti, ma che forse hanno qualcosa in comune, un senso di struggimento,
di dumka.
«Non ne sono sicuro. Certamente ci sono molti e vari sentimenti nella
loro musica, ma – secondo me – diversi nei due musicisti. E proprio questo
piace a noi Philharmonische Virtuosen: proporre al pubblico autori differenti
e programmi che non siano nello stesso stile». (n.p.)