di Nicola Campogrande
Quando
mi hanno commissionato un brano per salutare un defunto ho istintivamente
pensato: devo comporre un Requiem. Poi, ragionando insieme al committente
e immaginandomi
la cerimonia (si trattava di una cremazione), mi sono chiesto: quello
che vogliono da me è un novello Adagio di Albinoni, un bel Largo
alla Haendel, la brutta copia di un Lacrimosa mozartiano, o mi stanno
chiedendo altro?
E così ho cominciato a pensare che forse, per salutare una persona
che se ne va, non esistono soltanto musiche che accompagnino la nostra
tristezza. Forse in quei momenti, durante le cerimonie del commiato, si
può ascoltare una musica che parli del defunto, magari persino
che parli con il defunto.
E allora ho cominciato a domandarmi quali suoni, quali armonie, quali
ritmi avrebbero dovuto essere protagonisti di quel momento così
importante. E ho provato a mettermi nei panni di un fotografo, di un ritrattista,
di uno scultore incaricato di fissare, in qualche pagina di partitura,
i tratti dello scomparso. Ma poi, ancora, mi sono lasciato sedurre dalla
possibilità irreale che le sue orecchie potessero funzionare ancora
per qualche istante, e che dunque in quella piccola musica doveva esserci
l’ultimo suono del mondo dei vivi, e in quel suono avrebbero dovuto
trovare posto le lacrime, la disperazione, ma anche il senso, la passione,
l’eredità di un’esistenza ormai finita.
Come potete intuire, quella che sembrava una commissione d’occasione
si è trasformata in una sfida spirituale, e sonora, non indifferente.
Anche perché andava contro la (triste) norma che regola la vita
un po’ sospesa dei compositori oggi, quella per cui nelle sale da
concerto i vivi ascoltano per lo più
la musica dei morti, considerata più rassicurante. E allora l’idea
che stavolta fossero i morti ad ascoltare una musica scritta dai vivi
mi sembrava preziosa.
Annoto questa piccola vicenda personale perché a me ha aperto gli
occhi, e le orecchie. Spiegano che nella nostra società la rimozione
della morte è un fatto grave, e purtroppo crescente. Beh, la possibilità,
nel momento estremo, di far nascere un ulteriore dialogo tra chi se ne
va e chi rimane, l’idea di ascoltare in quel luogo, in quell’istante,
una musica molto speciale, mi fa pensare che quello è un modo di
ricominciare a fare un po’ amicizia con la vecchia signora armata
di falce. Ce ne sono altri, va da sé. Ma questo, che è uno
scivolar fuori dalla sala da concerto davvero unico, a me dà dei
brividi particolari.
Che cosa ne pensate?