dicembre 2006

editoriale


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Musica per parlare con i morti

di Nicola Campogrande

Nicola CampograndeQuando mi hanno commissionato un brano per salutare un defunto ho istintivamente pensato: devo comporre un Requiem. Poi, ragionando insieme al committente e immaginandomi
la cerimonia (si trattava di una cremazione), mi sono chiesto: quello che vogliono da me è un novello Adagio di Albinoni, un bel Largo alla Haendel, la brutta copia di un Lacrimosa mozartiano, o mi stanno chiedendo altro?
E così ho cominciato a pensare che forse, per salutare una persona che se ne va, non esistono soltanto musiche che accompagnino la nostra tristezza. Forse in quei momenti, durante le cerimonie del commiato, si può ascoltare una musica che parli del defunto, magari persino che parli con il defunto.
E allora ho cominciato a domandarmi quali suoni, quali armonie, quali ritmi avrebbero dovuto essere protagonisti di quel momento così importante. E ho provato a mettermi nei panni di un fotografo, di un ritrattista, di uno scultore incaricato di fissare, in qualche pagina di partitura, i tratti dello scomparso. Ma poi, ancora, mi sono lasciato sedurre dalla possibilità irreale che le sue orecchie potessero funzionare ancora per qualche istante, e che dunque in quella piccola musica doveva esserci l’ultimo suono del mondo dei vivi, e in quel suono avrebbero dovuto trovare posto le lacrime, la disperazione, ma anche il senso, la passione, l’eredità di un’esistenza ormai finita.
Come potete intuire, quella che sembrava una commissione d’occasione si è trasformata in una sfida spirituale, e sonora, non indifferente. Anche perché andava contro la (triste) norma che regola la vita un po’ sospesa dei compositori oggi, quella per cui nelle sale da concerto i vivi ascoltano per lo più
la musica dei morti, considerata più rassicurante. E allora l’idea che stavolta fossero i morti ad ascoltare una musica scritta dai vivi mi sembrava preziosa.
Annoto questa piccola vicenda personale perché a me ha aperto gli occhi, e le orecchie. Spiegano che nella nostra società la rimozione della morte è un fatto grave, e purtroppo crescente. Beh, la possibilità, nel momento estremo, di far nascere un ulteriore dialogo tra chi se ne va e chi rimane, l’idea di ascoltare in quel luogo, in quell’istante, una musica molto speciale, mi fa pensare che quello è un modo di ricominciare a fare un po’ amicizia con la vecchia signora armata di falce. Ce ne sono altri, va da sé. Ma questo, che è uno scivolar fuori dalla sala da concerto davvero unico, a me dà dei brividi particolari.
Che cosa ne pensate?