di Franco Pulcini

Sono
passati quasi tre anni da quando Daniel Harding arrivò a Torino
con la Mahler Chamber Orchestra per l´appuntamento di Sintonie,
giunto quest´anno alla quarta edizione, tutta esclusivamente musicale
a causa della necessità di un coordinamento interdisciplinare particolare
dettato dalle necessità delle Olimpiadi. Allora era il bravo inglesino
che aveva sostituito Claudio Abbado a Milano nel Don Giovanni di Mozart
con la regia di Peter Brook. Oggi è l´idolatrato "primo
direttore ospite" della London Symphony Orchestra, il rispettato
biondino in felpa bicolour che ha inaugurato – come se niente fosse! –
la Stagione del Teatro alla Scala con l´Idomeneo di Mozart, dando
nel contempo inizio anche alla nuova era Lissner, ovvero il cosiddetto
"dopo-Muti". L´acclamatissima esecuzione dell´opera
ha addirittura innescato un dibattito sul modo stesso di interpretare
Mozart. C´è un gran parlare dell´abolizione del vibrato
in favore di una maggiore tensione drammatica del suono degli archi. Sull´interpretazione
di Mozart ci saranno quest´anno a Milano uno o due congressi internazionali:
e ad Harding fischieranno fatalmente le orecchie. Già bravissimo
allora, oggi è sicuramente maturato, ed è consigliabile
affrettarsi ad ascoltarlo prima che inizi ad essere complicato averlo
o comunque procurarsi un biglietto, come fatalmente avviene con le stelle
della musica.
La Pastorale di Beethoven l´aveva diretta già nel 2003 al
Lingotto, con interpretazione aerea e impalpabile. Chissà come
ce la cucinerà oggi, a parte la mutata acustica dell´Auditorium
Rai? Ma l´incontro interessante è soprattutto con la Quinta
e la Nona, novità per Sintonie, due colossi consegnati alla memoria
collettiva da ponderose letture ottocentesche, che nella "controlettura"
hardinghiana potrebbero anche tradursi nella deliziosa convivenza di nervosismo
e leggerezza. Il grande abbraccio illuministico della Nona sarà
destinato a ideali più intimistici? O magari a suggestioni da stadio,
data la nota passione per il calcio del più giovane direttore che
abbia mai inaugurato la Stagione della Scala? Comunque sia, la vitalità
del repertorio è legata alle differenti prospettive degli interpreti,
che via via plasmano le opere a misura del proprio tempo: naturalmente
con il rischio che i giovani interpreti deludano gli ascoltatori di vecchia
data, i quali non ritrovano nelle loro letture aggiornate l´immagine
dell´opera come si era mostrata alle loro orecchie negli anni della
loro gioventù. Ma amare la musica è anche andare oltre l´imprinting,
anche se in molti casi è dura.
La lunga frequentazione di Harding con orchestre nordiche lo ha portato
a interessarsi al repertorio sinfonico di quei paesi, oltre che a indossare
t-shirt a Sant´Ambrogio (per lo sbigottimento dei giornalisti di
costume milanesi), finite persino nella pubblicità di BancaIntesa.
A Torino presenta ben due Sinfonie di Sibelius, autore grandissimo, il
più "paesaggista" fra i sinfonisti, un tempo abbastanza
eseguito e oggi vergognosamente trascurato. Sibelius, oggi riproposto
da un´orchestra nata nel nome di Mahler, aveva una concezione della
sinfonia molto diversa da quella di Mahler, e glielo disse quando s´incontrarono
nel 1907. Mahler perseguiva una sinfonia espansa, che tendesse a contenere
il mondo intero; Sibelius voleva la concentrazione della forma, il rigore,
lo sfruttamento di pochi elementi tematici.
Si narra che da giovane Sibelius andasse a passeggiare in mezzo alla natura
portando con sé il violino. In completa solitudine suonava all´aperto,
come se la musica dovesse sgorgare dal suo essere, simile a un´emanazione
della terra, quasi scritta sotto la dettatura di Tàpio, il dio
delle silenziose foreste di Finlandia. Questo è quanto a volte
risuona nelle sue grandi pagine di "sinfonista introverso",
poetico, ma tanto austero, pur considerandosi come musicista «un allievo
delle gru che emigrano in volo». Pare che di tutte queste suggestioni
documentaristiche presenti nella sua musica si fosse totalmente sbarazzato
quando lavorò alla Terza, prima delle due pagine di Sibelius in
programma, in cui non vi sono tentazioni folcloristiche scandinave e tutto
pare svolgersi nel segno di un rigore classicistico.
Si ascolterà poi la tarda e luminosa Settima sinfonia, che si chiamava
in origine "Fantasia sinfonica", pagina che, questa sì,
scorre dall´inizio alla fine come un maestoso fiume nordico fra
fruscii ed echi lontani della natura. Dopo la Settima, eseguita nel 1925,
Sibelius, malato e tremante, si chiuse in un trentennale silenzio, intuendo
che erano mutati i tempi per contemplare con la musica la natura, osservandola
con quel suo pungente velo nordico di tristezza. Passate le nevi e i ghiacci
di Sibelius e delle Olimpiadi piemontesi, a riscaldare e rasserenare gli
abbonati di Sintonie penserà l´estate prossima il sospirato
ritorno di Claudio Abbado – dopo l´allievo, il maestro! – che con
la sua "ultima nata", l´Orchestra Mozart, proporrà
ai pochi fortunati un programma dedicato al Mozart che potremmo dire "di
mezzo", fra gli ultimi anni di Salisburgo e i primi di Vienna.
Un programma che è quasi un inno alla gioia della musica e dell´amicizia,
e in particolare dell´amicizia fra musicisti. Cuore del programma,
infatti, due dei Concerti per corno che Mozart dedicò all´amico
Ignaz Leitgeb, suonatore salisburghese (che aveva anche una piccola attività
di pizzicagnolo), oggetto di affettuose burle da parte di Mozart, che
gli dedicò quattro meravigliosi Concerti, a volte con dediche irriverenti
in cui gli dava dell´asino e paragonava le sue interpretazioni al
corno al belato di una pecora. Il senso della natura e la sublime invenzione
melodica dei Concerti per corno s´accompagnano alla gentilezza del
Concerto per violino K. 219. E c´è ancora la Serenata notturna
in re maggiore K. 239, per due piccole orchestre, per finire con la Sinfonia
K. 385, omaggio alla famiglia salisburghese degli Haffner, pagina con
echi del Ratto dal serraglio, l´opera del definitivo abbandono della
città natale per Vienna, dove decise di fare il libero artista,
non senza malinconiche incertezze e una punta di nostalgia per gli amici
lontani.