di Elisabetta Fava
Quando si dice "essere un bell´originale"... Hugo Wolf non avrebbe dato uno scellino per le Sinfonie di Brahms, ma fu rapito in estasi dall´ingenuo pigolìo di Funiculì funiculà, udito da un gruppetto di musicisti ambulanti che allietavano i villeggianti di Cortina; e che per quel giorno non suonarono altro, vista la compiacenza con cui a ogni bis quel buffo giovanotto austriaco riempiva di mance il loro piattino. Era il 1897: tornato a casa Hugo riprese in mano le carte della sua Serenata italiana, un unico movimento scritto per quartetto d´archi nel 1887 e strumentato per orchestra d´archi cinque anni dopo; progettò di aggiungere altri movimenti, fra cui una tarantella finale in cui Funiculì funiculà sarebbe stato l´ospite d´onore; ma di lì a poco ebbe un tracollo che pose fine alla sua avventura creativa. A ben vedere, comunque, quell´unico movimento compiuto della Serenata condensa già per conto proprio l´immagine che Wolf aveva dell´Italia, e non ha bisogno d´altre appendici. Non ha la freschezza dei Lieder del Canzoniere italiano, questo è vero, ma si industria con zelo commovente ad appropriarsi della cantabilità all´italiana; e proprio perché non ci riesce, e non sa darsene pace, risulta emblematico di una crisi che fa di Wolf un padre del Novecento. Altri due padri furono Stravinskij e Britten, che accettarono ciascuno a suo modo la distanza ormai invalicabile dal passato e, proprio su questa frattura, innestarono un ricupero altrimenti impossibile. Tra le pagine stravinskiane che guardano all´antica Grecia, Apollon Musagète (del 1927) è forse la più serena: l´orchestra d´archi diventa una gigantesca cetra con cui il dio Apollo istruisce e affascina le Muse, e più d´una volta ci par di sentire richiami bachiani, antiche polifonie, scatti d´energia alla Vivaldi. Nemmeno Britten ha paura di usare gli stili del passato; scritte nel 1937, le Variazioni su un tema di Frank Bridge sono un vero "Bignami" di storia della musica, dove troviamo l´aria all´italiana, le danze alla francese, il valzer di Vienna e una bella fuga dotta e occhialuta. Bridge era il maestro di Britten, e gli aveva insegnato a non dire mai con quattro parole, pardon, note, ciò che può esser detto con due. Queste Variazioni sono un omaggio del discepolo ormai ben ritto sulle proprie gambe, che non solo ha pienamente recepito la lezione, ma la irrora con inconfondibile humour inglese, in pochi minuti di musica e con un organico limitato agli archi.