gennaio 2006

editoriale


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Il gioco pulito della musica

di Nicola Campogrande

Nicola CampograndeNell’estate del 2002 ho fatto parte del gruppo incaricato di definire le linee guida lungo le quali sviluppare le Olimpiadi della Cultura. Insieme ad alcuni colleghi che si occupano di letteratura, di cinema, di teatro, di arte, di danza, di storia,
di semiologia e di montagna ci eravamo confrontati con due noti sportivi per cercare di capire quali potessero essere i termini medi tra i due mondi, il nostro e il loro. Come far dialogare atleti e musica? Come portare a teatro chi è giustamente concentrato sulle proprie gare? O come suggerire di visitare una mostra a giornalisti monomaniaci dello slalom speciale?
Ci vennero in mente due soggetti – la relazione locale/globale e il concetto di corpo, ai quali aggiungere, naturalmente, la montagna – e intorno a questi punti di riferimento, come è noto, si è sviluppato il calendario delle Olimpiadi della Cultura.
Alcuni dei concerti e degli spettacoli dei quali ci occupiamo questo mese ne fanno parte, altri no, ma trovo che in fondo l’ambito nel quale si muove la musica classica torinese sia davvero inserito all’interno di questi punti cardinali. Perché viviamo ai piedi delle Alpi (e il bellissimo saggio di Massimo Mila su Brahms e la montagna
mi sembra un bell’esempio di che cosa significhi guardare le cose
da lassù). Perché abbiamo forze musicali locali capaci di far parlare di sé a livello globale e un pubblico che esige il meglio del panorama planetario. Soprattutto perché siamo una città che sperimenta, gioca, ma lo fa culturalmente in modo pulito. Dentro i limiti.
Sono proprio i limiti che uniscono sport e cultura: la bellezza di entrambi esiste soltanto se lo si riconosce. È l’idea di limite che nello sport esclude, ad esempio, un corpo dopato. È il limite che fa sorgere le regole di gara e sancisce la necessità di un arbitro. Sonoi limiti che danno gusto e senso alla cultura: se non fosse esistita la cornice e Picasso avesse potuto dipingere su una superficie infinita la sua arte sarebbe meno interessante (o forse non esisterebbe); se le note in uso in Occidente non fossero soltanto dodici, e se il sottoinsieme tonale non ne suggerisse l’uso prioritario di sette, la musica sarebbe un balbettio non significante; e così, ancora,
se un violoncello avesse quaranta corde anziché quattro.
Mi piace dunque leggere la ricca serie di concerti e spettacoli di questo mese come una prodigiosa manifestazione di un gioco pulito, onesto, senza improvvisazioni, dove ritrovare slanci, affondi, tensioni, guizzi, magari anche sforzi titanici ma tutti contenuti entro i nostri abituali limiti, fatti di lavoro, assiduità, passione, fatica. Anche in questa occasione, cioè, il mondo della musica ha fatto il proprio dovere in modo serio, affidabile, torinese, senza pavoneggiarsi, senza forzare la situazione.
Siamo proprio unici, non credete?