di Nicola Campogrande
Nell’estate
del 2002 ho fatto parte del gruppo incaricato di definire le linee guida
lungo le quali sviluppare le Olimpiadi della Cultura. Insieme ad alcuni
colleghi che si occupano di letteratura, di cinema, di teatro, di arte,
di danza, di storia,
di semiologia e di montagna ci eravamo confrontati con due noti sportivi
per cercare di capire quali potessero essere i termini medi tra i due
mondi, il nostro e il loro. Come far dialogare atleti e musica? Come portare
a teatro chi è giustamente concentrato sulle proprie gare? O come
suggerire di visitare una mostra a giornalisti monomaniaci dello slalom
speciale?
Ci vennero in mente due soggetti – la relazione locale/globale e
il concetto di corpo, ai quali aggiungere, naturalmente, la montagna –
e intorno a questi punti di riferimento, come è noto, si è
sviluppato il calendario delle Olimpiadi della Cultura.
Alcuni dei concerti e degli spettacoli dei quali ci occupiamo questo mese
ne fanno parte, altri no, ma trovo che in fondo l’ambito nel quale
si muove la musica classica torinese sia davvero inserito all’interno
di questi punti cardinali. Perché viviamo ai piedi delle Alpi (e
il bellissimo saggio di Massimo Mila su Brahms e la montagna
mi sembra un bell’esempio di che cosa significhi guardare le cose
da lassù). Perché abbiamo forze musicali locali capaci di
far parlare di sé a livello globale e un pubblico che esige il
meglio del panorama planetario. Soprattutto perché siamo una città
che sperimenta, gioca, ma lo fa culturalmente in modo pulito. Dentro i
limiti.
Sono proprio i limiti che uniscono sport e cultura: la bellezza di entrambi
esiste soltanto se lo si riconosce. È l’idea di limite che
nello sport esclude, ad esempio, un corpo dopato. È il limite che
fa sorgere le regole di gara e sancisce la necessità di un arbitro.
Sonoi limiti che danno gusto e senso alla cultura: se non fosse esistita
la cornice e Picasso avesse potuto dipingere su una superficie infinita
la sua arte sarebbe meno interessante (o forse non esisterebbe); se le
note in uso in Occidente non fossero soltanto dodici, e se il sottoinsieme
tonale non ne suggerisse l’uso prioritario di sette, la musica sarebbe
un balbettio non significante; e così, ancora,
se un violoncello avesse quaranta corde anziché quattro.
Mi piace dunque leggere la ricca serie di concerti e spettacoli di questo
mese come una prodigiosa manifestazione di un gioco pulito, onesto, senza
improvvisazioni, dove ritrovare slanci, affondi, tensioni, guizzi, magari
anche sforzi titanici ma tutti contenuti entro i nostri abituali limiti,
fatti di lavoro, assiduità, passione, fatica. Anche in questa occasione,
cioè, il mondo della musica ha fatto il proprio dovere in modo
serio, affidabile, torinese, senza pavoneggiarsi, senza forzare la situazione.
Siamo proprio unici, non credete?