di Laura Brucalassi
C´era una volta (e c´era davvero…) una piccola città chiamata Terezín, costruita dall´imperatore Giuseppe II verso la fine del Settecento. Nonostante le piccole dimensioni, questa città aveva due fortezze che diventarono tristemente famose intorno al 1940, quando una fu trasformata in un carcere inquisitorio della Gestapo e l´altra in un ghetto per gli ebrei che vi erano trasferiti soprattutto dalla vicina Praga, ma anche da tutta la Boemia e la Moravia. Progettata inizialmente solo per essere un campo di raccolta, Terezín venne in realtà utilizzata per il transito dei prigionieri (88.000 furono i deportati ad Auschwitz), per la loro decimazione (33.000 persone circa vi morirono) e per la propaganda. Durante le visite della Croce Rossa Internazionale, infatti, i nazisti cercavano di presentare il ghetto come luogo di lavoro sottoposto al "programma di abbellimento", mentre sul fronte interno la diffusione di documentari come Il Führer regala una città agli ebrei (realizzato appunto a Terezín) contribuiva ad alimentare il razzismo antisemita attraverso il confronto tra il presunto benessere degli ebrei e le sofferenze del popolo e dei soldati tedeschi durante la Guerra. Terezín in effetti era a suo modo un ghetto "privilegiato", in cui la produzione culturale era tollerata se non incentivata e tra le numerose creazioni artistiche che vi nacquero una delle più diffuse fu Brundibár, un´operina per bambini. Composta da Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister nel 1938, fu rappresentata per la prima volta nel 1941 in forma privata (presso l´orfanotrofio maschile del ghetto di Praga), a causa dell´esclusione degli ebrei dalle attività pubbliche in seguito all´occupazione nazista della Cecoslovacchia. Lo stesso anno tutti gli abitanti del ghetto, compresi gli orfani e i musicisti, furono deportati a Terezín, dove l´opera fu rappresentata per ben cinquantacinque volte, prima con il solo accompagnamento del pianoforte, poi nella versione con tredici strumentisti appositamente rivista dall´autore. Il 23 giugno 1944, proprio in occasione di una visita della Croce Rossa, ebbe luogo l´ultima recita, dopodiché tutti i protagonisti dello spettacolo vennero deportati ad Auschwitz. L´opera racconta la storia di due fratelli che hanno bisogno di latte per la loro madre ammalata e, per racimolare qualche soldo, decidono di cantare per strada, chiedendo offerte, ma vengono cacciati via da un musico ambulante cattivo e prepotente di nome Brundibár. Con l´aiuto di un cane, un gatto e un passerotto, i due protagonisti si alleano con tutti i bambini del quartiere e insieme riescono a far sentire la loro meravigliosa canzone, che sarà ricompensata generosamente dai passanti. Dietro questa semplice vicenda si annidano elementari simboli di un appello alla resistenza, che, se potevano sfuggire alla censura perché espressi in lingua ceca, trovavano nel vissuto quotidiano non solo la causa, ma anche una forte risonanza emotiva: «Quando cantiamo – testimoniava uno dei protagonisti – dimentichiamo la fame, dimentichiamo dove siamo. Il canto di vittoria finale ci fa sperare che sopravviveremo». Dunque Terezín non fu solo un luogo di sofferenze, ma il terreno di una lotta caparbia per la vita, per la quale non fu secondaria l´opera degli artisti che in condizioni davvero critiche cercarono di mantenere vivi i valori dell´umanità e della bellezza, rafforzando il dovere di esistere e la volontà di sopravvivere.