di Angelo Chiarle
«Spesso,
per ritornare alla mia casa / prendo un’oscura via di città
vecchia. / Qui tra la gente che viene che va / dall’osteria alla
casa o al lupanare, / dove son merci ed uomini il detrito / di un gran
porto di mare, / io ritrovo, passando, l’infinito / nell’umiltà».
Trieste per Umberto Saba, Salisburgo fino al 1780 e poi Vienna per Mozart.
Un secolo e mezzo circa di distanza, però lo stesso sguardo nel
poeta e nel compositore. Capaci entrambi di scrutare l’infinitamente
grande nell’infinitamente piccolo. Un senso di claustrofobia si
percepisce visitando la Mozart Geburtshaus nella Getreidegasse, al terzo
piano della casa di proprietà di Johann Lorenz e Maria Theresia
Hagenauer, facoltosi droghieri con un business di portata europea. Ma
anche nella Tanzmeisterhaus, dove i Mozart si trasferirono nel 1773. Se
solo si pensa a tutti i capolavori che Mozart scrisse in questo appartamento
nell’allora Hannibalplatz (ora Makartplatz 8), davvero par di toccare
con mano «l’infinito nell’umiltà».
Eppure, che cosa sarebbe stato del genio di Wolfgang senza l’imprinting
ricevuto nella cittadina sulle rive dello Salzach? Wolfgang vi trovò
un ubi consistam tutto sommato rassicurante, un ambiente di lavoro favorevole,
dove fu libero di sperimentare tutto quello che aveva imparato viaggiando
in giro per l’Europa. Nonostante le molte incomprensioni con l’arcivescovo
Hieronymus Colloredo, autoritario mecenate «modernista» contestato
dal popolo, però capace di attirare a Salisburgo eminenti uomini
di lettere e di scienze, gli anni dal 1773 al 1780 trascorsi al suo servizio
furono oltremodo prolifici.
Alla Sinfonia, per esempio, Mozart ebbe tutto l’agio di dedicare
attenzioni speciali, come testimonia il drappello delle sei Sinfonie del
1773 (K. 184, K. 199, K. 166, K. 181-183) seguite dalle tre del 1774 (K.
200-202). Datata 6 aprile, la Sinfonia K. 201 (a mezza orchestra) è
un’opera sperimentale, un piccolo caleidoscopio di elementi lirici,
burberi, estrosi e tenebrosi. Il segnale d’una transizione in atto
dallo stile galante, chiosa Pestelli, verso «estremi ignoti di squisitezza
melodica, di sofisticazione tematica e di fascinosa sensualità».
Salisburgo
consentì a Mozart anche di coltivare con cura il genere del concerto.
Tra 1775 e 1777 scrisse quattro Concerti per violino e quattro per uno,
due, tre pianoforti. Il Concerto n. 9 fu composto tra gli ultimi giorni
del 1776 e i primi del 1777 per una non meglio identificata mademoiselle
Jeunehomme. L’incontro con questa concertista arrivata in tournée
nel dicembre 1776 fece scoccare nel giovane Wolfgang una scintilla di
luce. Ne scaturì un’«opera monumentale, audace e spregiudicata,
un grandioso capolavoro giovanile, inimitabile e insuperato» (Paumgartner).
Solo nel genere del melodramma Salisburgo aveva assai poco da offrire
a un genio come Mozart, smanioso di trovare cimenti sempre più
elevati. Nell’estate 1780 fu solo grazie alla commissione di un’opera
per il carnevale di Monaco da parte dell’intendente teatrale dell’elettore
Karl Theodor che Mozart ebbe la possibilità di coronare un sogno
fino allora rimasto frustrato, «comporre musica per una grande opera
seria». La gestazione dell’Idomeneo re di Creta K. 366 fu
oltremodo travagliata. Iniziato a Salisburgo su soggetto proposto dal
Colloredo, fu terminato a Monaco, dove Mozart si stabilì dal 6
novembre fino alla prima, che ebbe luogo il 29 gennaio 1781. Giudicata
un’«opera nuova e insolita», apprezzata dagli addetti
ai lavori, però non riuscì a conquistare appieno il vasto
pubblico. Indiscussa comunque la qualità straordinaria della musica.
Come l’Ouverture, «una pagina grandiosa e patetica, di taglio
molto personale e stringato», nella quale però s’avverte
tutto «il dèmone della vicenda drammatica» (Paumgartner).
L’Idomeneo fu cimento decisivo nella maturazione artistica di Mozart.
Subito dopo, Mozart fu invitato a raggiungere il Colloredo a Vienna, per
festeggiare il neo-imperatore Giuseppe II. Wolfgang arrivò nella
capitale austriaca il 16 marzo sullo slancio del trionfo di Monaco. Non
gli andò giù d’essere trattato alla stregua d’un
qualsiasi servitore. Protestò, fu punito, chiese il licenziamento
e l’ottenne, con una solenne pedata nel sedere, l’8 giugno
del 1781. Ma ormai non dubitava di potersela cavare come musicista freelance.
L’ex enfant prodige, in realtà, forse credeva sarebbe stato
affare non troppo complicato, in virtù del suo talento come virtuoso
di piano e compositore, sbarcare il lunario. Ben presto, invece, si rese
conto che essere accreditato all’interno dei circuiti musicali viennesi
era cosa per nulla agevole. L’adesione alla Massoneria, tuttavia,
non va letta solo in chiave utilitaristica. Mozart era animato da un fresco
entusiasmo, da nobili ideali di amicizia e di reciproca solidarietà,
tant’è che compose musica massonica molto prima di entrare
a far parte della Loggia Zur Wohlthätigkeit (“alla beneficenza”)
l’11 dicembre 1784. Che poi altro non era se non un circolo di intellettuali
votati a ideali filosofici illuministici. Aderire alla Massoneria diede
a Mozart l’occasione di battere nuovi sentieri spirituali ed espressivi.
L’esito più sublime fu la Maurerische Trauermusik K. 477.
Il musicologo Philippe Autexier (1954-1998) ha indagato sull’enigma
di questa marcia funebre scritta nel luglio 1785 per due fratelli massoni,
il duca Georg August von Mecklenburg-Strelitz e il conte Franz Esterhazy
von Galantha, morti tre mesi dopo, il 6 e 7 novembre. Wolfgang l’avrebbe
scritta per la cerimonia dell’elevazione del Gran Maestro Carl von
Koenig il 12 agosto per coro maschile a due voci e orchestra. Per il funerale
dei due confratelli il 17 novembre avrebbe poi riciclato l’originale
Meistermusik eliminando le parti vocali, parti che Autexier ha provato
a ricostruire su versi di Gottlieb Leon.
Il capitolo dei Concerti per pianoforte è la dimostrazione più
eclatante del profitto realizzato da Mozart grazie alla migrazione a Vienna.
Quindici capolavori strepitosi partoriti tra 1782 e 1786. Vergato con
lo stesso inchiostro delle ultime pagine delle Nozze di Figaro, il Concerto
K. 488 è una delle pagine più adamantine della letteratura
pianistica di ogni tempo. La Sinfonia fu invece praticata con singolare
economia (solo sei lavori), ma con un impegno compositivo senza precedenti.
Tre soli mesi bastarono per il grandioso trittico delle tre ultime Sinfonie
K. 543, K. 550 e K. 551. Datata 25 luglio 1788, la Sinfonia n. 40 in sol
minore è «l’espressione più tagliente di quel
profondo, fatalistico pessimismo connaturato a Mozart» (Abert) rilanciata
su uno sfondo che appare «di classica e inalterata bellezza, per
non dire d’infantile e gioconda serenità» (Mila). Una
prodigiosa coincidentia oppositorum. Uno di quei miracoli di sintetica
lucidità che solo una “città vecchia” consente.
«Qui degli umili sento in compagnia / il mio pensiero farsi / più
puro dove più turpe è la via». Trieste come Salisburgo.
Come Vienna.