di Nicola Pedone
Con
la sua consueta capacità di sintesi, Massimo Mila divideva i grandi
Requiem della storia della musica in ante mortem e post mortem. Tragici
i primi, ancora tutti intrisi di pathos umano – se non di furore
– davanti all’ineluttabilità della condizione umana;
rassegnati e contemplativi gli altri, non di rado vestiti dei colori tenui
e acquerellati dell’elegia, come quello, bellissimo, di Fauré.
A tutta prima saremmo tentati di ascrivere il Requiem di Verdi alla prima
categoria, essendo proprio i lampi corruschi del Dies Irae – momento
ricorrente di alto calore espressivo – quelli che più sembrano
percuotere l’attenzione dell’ascoltatore, diffondendo quasi
la loro “tinta” sull’intera composizione. Ma le cose
non sono affatto così semplici. Ce ne accorgiamo fin dall’Introito,
con quella affettuosa richiesta di riposo con cui l’umanità-coro
si rivolge a un Giudice (che subito dopo ci apparirà vendicativo
e terrifico) quasi come a un padre buono o a un fratello maggiore protettivo
e complice. E in effetti, la dolcezza non meno che la collera è
annoverata dalla tradizione cristiana tra gli attributi divini: lo stesso
testo liturgico in questione non invoca forse il Rex tremendae majestatis
anche come Pie Jesu e Agnus Dei? Contraddizioni del Cristianesimo? Non
sappiamo, né d’altra parte è questa la sede per un
dibattito teologico. Ciò che invece qui importa osservare è
che nel suo Requiem l’agnostico Verdi sembra volersi fare carico
di queste contraddizioni in un senso pienamente umano e costruire per
mezzo della musica una meditazione sulla morte. Perché tutto umano
è il combattimento di sentimenti e passioni che ci attanaglia davanti
al baratro estremo – e che Verdi fa scorrere davanti a noi con un’impressionante
forza visionaria: dalla prostrazione alla rivolta, dalla collera all’abbandono.
Tutto ciò, naturalmente, con i mezzi e la sapienza di un sommo
musicista di teatro. Paradossalmente, a questo Requiem si è spesso
rimproverata proprio la sua matrice teatrale, tanto nel trattamento delle
voci, quanto
nell’impianto
drammaturgico complessivo. Hanslick, che pure considerava questa un’«opera
solida e bella», aggiungeva a consuntivo che «il teatro più
che la chiesa ha bisogno di Verdi». Osservazione giustissima, a
patto che non la si interpreti in senso riduttivo, poiché a Verdi
una destinazione liturgica del Requiem non interessava, avendola anzi
esplicitamente esclusa. Teatro, dunque; anche se non di attori e scenografie,
ma di voci. E di grande musica, che si inserisce a pieno titolo, come
ha scritto Fabrizio Della Seta, «nella linea maestra della drammaturgia
verdiana». Del tutto naturale, allora, collegare la dolcezza estenuata
del canto del soprano, che si leva nel Libera me dopo l’ultima esplosione
del Dies Irae, a quella di Violetta che sente la vita sfuggirle o di Aida
chiusa nel sepolcro sotterraneo; e il sentimento di serena rassegnazione
che trapela ricondurlo più all’estinguersi di tutto il travaglio
mondano che alla consolatoria credenza in una beatitudine eterna.
È noto che Verdi scrisse la Messa da requiem per onorare, a un
anno dalla morte, la memoria di Alessandro Manzoni e che ne diresse personalmente
la prima nella Chiesa di San Marco a Milano, il 22 maggio 1874. Sappiamo
anche che Verdi aveva per Manzoni un’ammirazione che, con il passare
degli anni, era diventata autentica venerazione, fino a considerare I
promessi sposi «non solo un libro, ma una consolazione per l’umanità».
È evidente quanto egli avvertisse l’affinità intima
e profonda con il grande scrittore. E tuttavia, sempre più, ascolto
dopo ascolto, anche altri sembrano essere i fratelli spirituali di questo
Requiem, di cui se non la fede, la potenza visionaria appare fatta della
stessa sostanza della Commedia di Dante e del Giudizio di Michelangelo.