di Alberto Bosco
A
dirlo meglio di tutti è stato Ezra Pound: «Il problema della
musica cosiddetta emozionale è che è come una droga: c’è
bisogno ogni volta di più droga e più rumore o l’effetto
che attraverso i nervi agisce sul soggetto si fa sempre più flebile».
Questo fu proprio quel che accadde nel corso dell’Ottocento. A scoprire
come trasformare in musica i desideri e i tormenti dell’io, era
stata la generazione dei romantici. Con la loro musica le passioni individuali
avevano trovato una via di riscatto: slancio e purezza del canto erano
tali da rispecchiare l’immediatezza con cui le emozioni, sgorgando
dal profondo, rapiscono e sconvolgono il povero io. E così, purificate
della loro soggettività e rese immortali dalla musica, le vicende
dell’io iniziarono a sedurre il pubblico che imparò a riconoscere
nelle opere i propri moti interiori. Sennonché, a forza di gratificare
l’ego, la musica finì per passare tutta sotto la giurisdizione
di questo vorace pronome che, a ben vedere, desidera soltanto due cose:
compatirsi o esaltarsi. Come sotto l’effetto crescente di una droga,
la musica, ormai a immagine e somiglianza dell’io, prese a farsi
da un lato sempre più introversa e dall’altro sempre più
monumentale. Finché un bel giorno non giunse il momento della cura
disintossicante, che arrivò brutale e puntuale con il Novecento.
La cura era iniziata a dire il vero un po’ di anni prima e precisamente
il 22 dicembre del 1894, giorno in cui a Parigi venne eseguito per la
prima volta il Prélude à l’après-midi d’un
faune di Debussy. Si tratta infatti del primo lavoro che si possa definire
moderno, cioè composto non più secondo le logiche dell’Ottocento,
ma secondo nuovi criteri espressivi. Che cosa aveva fatto Debussy di così
rivoluzionario, tanto da spiazzare tutti gli ascoltatori presenti? Aveva
semplicemente estromesso dalla musica quello che fino ad allora era stato
il personaggio principale, l’io, il protagonista che ordinava lo
svolgersi della vicenda musicale a sua misura. Così, invece di
un rassicurante poema sinfonico, gli ascoltatori del tempo si erano trovati
di fronte una musica fatta di attimi che si susseguivano senza un filo
progressivo né uno sviluppo. L’io si trovò di colpo
spiazzato, obbligato a riconoscere che a dettare le regole del gioco e
a scandire il tempo della composizione questa volta non erano più
le sue aspettative e le sue gratificazioni. Come di fronte a uno spettacolo
naturale, quando ciò che ci colpisce non segue il nostro volere
o la nostra memoria, così la musica di Debussy non esprimeva più
i sentimenti, ma le impressioni, che sono tali appunto perché prive
di un giudizio di valore, e quindi dal punto di vista del soggetto, neutre.
Sparita la tensione dalla musica, ci fu posto per molto altro: timbri
e colori nuovi, armonie inusitate e soprattutto un diverso senso dello
scorrere del tempo, più vicino al respiro della natura che agli
affanni degli uomini.
La strada intrapresa con il Faune raggiunse l’apice nel 1905 con
il poema sinfonico La mer. Ormai la via verso la deumanizzazione dell’arte
era tracciata, e il resto del Novecento sarà un allegro gioco al
massacro ai danni dell’io e delle sue pretese espressive sulla musica.
Questo ad eccezione della Russia, dove dopo gli anni della Rivoluzione,
in cui ci si lanciò in esperimenti futuristi e di puro formalismo,
la musica ritornò ad avere sembianze umane. Il più grande
dei compositori espressivi fu Shostakovich, la cui musica è tutta
umanità ed espressione. In particolare la sua Quinta sinfonia,
del 1937, che segna la rottura con la precedente fase di sperimentalismo
culminata nell’opera Lady Macbeth. La vulgata vuole che da questo
momento in poi hostakovich si sia piegato al volere di Stalin, il quale
voleva solo musica edificante, in grado di comunicare chiaramente senza
troppe ambiguità. In realtà la sua scelta fu dettata da
un profondo senso di responsabilità: che senso avrebbe avuto abbattere
a colpi di martello ogni parvenza di individualità dalla musica,
vivendo in un regime il cui sport preferito era proprio l’azzeramento
delle coscienze?
Accademico
di Santa Cecilia; direttore principale della Royal Opera House al Covent
Garden di Londra (1994-97); direttore musicale dell’Accademia
di Santa Cecilia a Roma (1992-97) e della Royal Philharmonic Orchestra
di Londra (dal 1996): tutto questo e molto altro è Daniele
Gatti, ispirato direttore “di casa nostra”, impegnato
ormai da anni (in concerti e incisioni) sul podio delle maggiori orchestre
europee e americane: Wiener e Münchner Philharmoniker, Staatskapelle
di Dresda, Concertgebouw di Amsterdam, New York Philharmonic Orchestra,
Chicago e Boston Symphony. Dalla Cadogan Hall (Chelsea), la più
recente sala da concerti londinese – sua sede nuova di zecca –
torna a Torino la Royal Philharmonic Orchestra, che
dalle origini (che risalgono a sessant’anni fa) si è rapidamente
affermata a livello internazionale grazie anche a direttori della levatura
di Kempe, Dorati, Previn, Ashkenazy, che hanno preceduto Gatti alla
sua guida. Accanto a una intensa attività concertistica la Rpo
vanta anche una ricca discografia, valorizzata da una propria etichetta
discografica. (c.f.)