giugno-luglio 2006

associazione lingotto musica


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Debussy e Shostakovich
I due volti del Novecento musicale

di Alberto Bosco

Orchestra LingottoA dirlo meglio di tutti è stato Ezra Pound: «Il problema della musica cosiddetta emozionale è che è come una droga: c’è bisogno ogni volta di più droga e più rumore o l’effetto che attraverso i nervi agisce sul soggetto si fa sempre più flebile». Questo fu proprio quel che accadde nel corso dell’Ottocento. A scoprire come trasformare in musica i desideri e i tormenti dell’io, era stata la generazione dei romantici. Con la loro musica le passioni individuali avevano trovato una via di riscatto: slancio e purezza del canto erano tali da rispecchiare l’immediatezza con cui le emozioni, sgorgando dal profondo, rapiscono e sconvolgono il povero io. E così, purificate della loro soggettività e rese immortali dalla musica, le vicende dell’io iniziarono a sedurre il pubblico che imparò a riconoscere nelle opere i propri moti interiori. Sennonché, a forza di gratificare l’ego, la musica finì per passare tutta sotto la giurisdizione di questo vorace pronome che, a ben vedere, desidera soltanto due cose: compatirsi o esaltarsi. Come sotto l’effetto crescente di una droga, la musica, ormai a immagine e somiglianza dell’io, prese a farsi da un lato sempre più introversa e dall’altro sempre più monumentale. Finché un bel giorno non giunse il momento della cura disintossicante, che arrivò brutale e puntuale con il Novecento.
La cura era iniziata a dire il vero un po’ di anni prima e precisamente il 22 dicembre del 1894, giorno in cui a Parigi venne eseguito per la prima volta il Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy. Si tratta infatti del primo lavoro che si possa definire moderno, cioè composto non più secondo le logiche dell’Ottocento, ma secondo nuovi criteri espressivi. Che cosa aveva fatto Debussy di così rivoluzionario, tanto da spiazzare tutti gli ascoltatori presenti? Aveva semplicemente estromesso dalla musica quello che fino ad allora era stato il personaggio principale, l’io, il protagonista che ordinava lo svolgersi della vicenda musicale a sua misura. Così, invece di un rassicurante poema sinfonico, gli ascoltatori del tempo si erano trovati di fronte una musica fatta di attimi che si susseguivano senza un filo progressivo né uno sviluppo. L’io si trovò di colpo spiazzato, obbligato a riconoscere che a dettare le regole del gioco e a scandire il tempo della composizione questa volta non erano più le sue aspettative e le sue gratificazioni. Come di fronte a uno spettacolo naturale, quando ciò che ci colpisce non segue il nostro volere o la nostra memoria, così la musica di Debussy non esprimeva più i sentimenti, ma le impressioni, che sono tali appunto perché prive di un giudizio di valore, e quindi dal punto di vista del soggetto, neutre. Sparita la tensione dalla musica, ci fu posto per molto altro: timbri e colori nuovi, armonie inusitate e soprattutto un diverso senso dello scorrere del tempo, più vicino al respiro della natura che agli affanni degli uomini.
La strada intrapresa con il Faune raggiunse l’apice nel 1905 con il poema sinfonico La mer. Ormai la via verso la deumanizzazione dell’arte era tracciata, e il resto del Novecento sarà un allegro gioco al massacro ai danni dell’io e delle sue pretese espressive sulla musica. Questo ad eccezione della Russia, dove dopo gli anni della Rivoluzione, in cui ci si lanciò in esperimenti futuristi e di puro formalismo, la musica ritornò ad avere sembianze umane. Il più grande dei compositori espressivi fu Shostakovich, la cui musica è tutta umanità ed espressione. In particolare la sua Quinta sinfonia, del 1937, che segna la rottura con la precedente fase di sperimentalismo culminata nell’opera Lady Macbeth. La vulgata vuole che da questo momento in poi hostakovich si sia piegato al volere di Stalin, il quale voleva solo musica edificante, in grado di comunicare chiaramente senza troppe ambiguità. In realtà la sua scelta fu dettata da un profondo senso di responsabilità: che senso avrebbe avuto abbattere a colpi di martello ogni parvenza di individualità dalla musica, vivendo in un regime il cui sport preferito era proprio l’azzeramento delle coscienze?

Daniele GattiAccademico di Santa Cecilia; direttore principale della Royal Opera House al Covent Garden di Londra (1994-97); direttore musicale dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma (1992-97) e della Royal Philharmonic Orchestra di Londra (dal 1996): tutto questo e molto altro è Daniele Gatti, ispirato direttore “di casa nostra”, impegnato ormai da anni (in concerti e incisioni) sul podio delle maggiori orchestre europee e americane: Wiener e Münchner Philharmoniker, Staatskapelle di Dresda, Concertgebouw di Amsterdam, New York Philharmonic Orchestra, Chicago e Boston Symphony. Dalla Cadogan Hall (Chelsea), la più recente sala da concerti londinese – sua sede nuova di zecca – torna a Torino la Royal Philharmonic Orchestra, che dalle origini (che risalgono a sessant’anni fa) si è rapidamente affermata a livello internazionale grazie anche a direttori della levatura di Kempe, Dorati, Previn, Ashkenazy, che hanno preceduto Gatti alla sua guida. Accanto a una intensa attività concertistica la Rpo vanta anche una ricca discografia, valorizzata da una propria etichetta discografica. (c.f.)




martedì 6 giugno

Auditorium del Lingotto
ore 20.30
I Concerti del Lingotto
Royal Philharmonic Orchestra
Daniele Gatti direttore
Debussy
La mer, tre schizzi sinfonici
Prélude à l’après-midi d’un faune
Shostakovich
Sinfonia n. 5 in re minore op. 47

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