di Luca Scarlini
Friedrich
Schiller, proprio come Verdi, torna spesso nei suoi titoli maggiori sulle
rivalità tra padri e figli – che sono anche al centro della
sua opera-manifesto
I masnadieri rappresentata nel 1781 – esprimendo, in Don Carlo,
una dimensione politica esplicita che passa in primo luogo dalla raffigurazione
di affetti cancellati dalla ragione di stato. La fortuna italiana dello
scrittore esplose dopo un periodo di iniziale riluttanza della comunità
intellettuale e in ogni caso le traduzioni con cui i lettori dell’Ottocento
affrontarono l’opera del drammaturgo tedesco erano spesso quelle
di Andrea Maffei, criticatissimo per le sue versioni. Eppure proprio le
sue traduzioni furono quelle che colpirono l’attenzione di Verdi,
che trasse quattro lavori dall’autore tedesco: I masnadieri, Giovanna
d’Arco, Luisa Miller e appunto Don Carlo, punto culminante di una
relazione di affinità seconda solo a quella con l’amatissimo
Shakespeare. A questo catalogo, di per sé già ricco, va
aggiunto anche un inciso nella seconda parte dell’atto terzo della
Forza del destino, 1863: prima di lui già Gioachino Rossini aveva
firmato Gugliemo Tell (Parigi, 1829) e Giovanni Pacini una Giovanna d’Arco
(Milano, 1830). Il musicista scelse di musicare un altro lavoro schilleriano,
tra un folto gruppo di proposte che gli venivano fatte da émile
Perrin, direttore dell’Opéra di Parigi, scartando per l’ennesima
volta l’amatissimo Re Lear, come anche l’esotica Salambò
flaubertiana. Verdi conosceva già da tempo il dramma e il lavoro
che condusse alla versione in cinque atti con i ballabili, rappresentata
l’11 marzo 1867, si basava su una percezione acuta delle strutture
drammaturgiche. Il libretto era opera di François-Joseph Méry,
cui dobbiamo la commissione di Carmen, e di Camille du Locle, che suggerì
l’idea di Aida, poi verseggiata da Ghislanzoni, i quali traevano
ispirazione da Schiller, ma riferendosi anche alla History of Philip II
di W. H. Prescott e a una pièce di Eugène Cormon, intitolata
Philippe roi d’Espagne. Le reazioni dopo l’affollatissima
prima, a cui partecipò anche la famiglia imperiale, furono moderate;
la stampa trattò però ampiamente l’argomento e tutte
le voci, sia pure discordanti, furono unanimi nel riconoscere che Verdi
stava esprimendo una nuova ricerca, alcuni rimarcarono la «potente
semplicità» (Théophile Gauthier), altri il passaggio
a schemi «tedeschi» (Georges Bizet). L’opera iniziò
poi subito dopo una discreta carriera italiana, a partire dalla prima
rappresentazione al Teatro Comunale di Bologna nell’ottobre dello
stesso anno. Anche da noi i recensori furono concordi nel rilevare numerose
novità, ben sintetizzate da Francesco Flores d’Arcais che
sull’”Opinione” affermava risolutamente: «pensieri
nuovi nel Don Carlo ce ne sono a iosa, ma non tutti diverranno preda degli
organetti». Il testo, tradotto da Achille de Lauzières con
la collaborazione di Carlo Zangarini, venne poi adattato nelle due seguenti
versioni: quella in quattro atti, che sacrificava quindi il primo e senza
ballabili, presentata alla Scala nel 1884, e poi in quella del 1886 che
ripristinava il primo atto, conservando molte delle modifiche precedenti.
Il titolo ebbe una fortuna relativa fino al secondo dopoguerra, segnalandosi
poi all’attenzione in modo sempre più evidente, ad esempio
in occasione della famosa edizione londinese del 1958 segnata da un cast
all stars (Barbieri, Brouwenstijn, Christoff, Gobbi, Simionato, Vickers)
con la direzione di Carlo Maria Giulini e la messinscena di Luchino Visconti;
da allora Don Carlo è entrato stabilmente in tutti i repertori
ed è tra i lavori più frequentati dell’intero catalogo
verdiano.