giugno-luglio 2006

teatro regio torino


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Don Carlo
Dal dramma di Schiller al capolavoro verdiano

di Luca Scarlini

Immagini del Don CarloFriedrich Schiller, proprio come Verdi, torna spesso nei suoi titoli maggiori sulle rivalità tra padri e figli – che sono anche al centro della sua opera-manifesto
I masnadieri rappresentata nel 1781 – esprimendo, in Don Carlo, una dimensione politica esplicita che passa in primo luogo dalla raffigurazione di affetti cancellati dalla ragione di stato. La fortuna italiana dello scrittore esplose dopo un periodo di iniziale riluttanza della comunità intellettuale e in ogni caso le traduzioni con cui i lettori dell’Ottocento affrontarono l’opera del drammaturgo tedesco erano spesso quelle di Andrea Maffei, criticatissimo per le sue versioni. Eppure proprio le sue traduzioni furono quelle che colpirono l’attenzione di Verdi, che trasse quattro lavori dall’autore tedesco: I masnadieri, Giovanna d’Arco, Luisa Miller e appunto Don Carlo, punto culminante di una relazione di affinità seconda solo a quella con l’amatissimo Shakespeare. A questo catalogo, di per sé già ricco, va aggiunto anche un inciso nella seconda parte dell’atto terzo della Forza del destino, 1863: prima di lui già Gioachino Rossini aveva firmato Gugliemo Tell (Parigi, 1829) e Giovanni Pacini una Giovanna d’Arco (Milano, 1830). Il musicista scelse di musicare un altro lavoro schilleriano, tra un folto gruppo di proposte che gli venivano fatte da émile Perrin, direttore dell’Opéra di Parigi, scartando per l’ennesima volta l’amatissimo Re Lear, come anche l’esotica Salambò flaubertiana. Verdi conosceva già da tempo il dramma e il lavoro che condusse alla versione in cinque atti con i ballabili, rappresentata l’11 marzo 1867, si basava su una percezione acuta delle strutture drammaturgiche. Il libretto era opera di François-Joseph Méry, cui dobbiamo la commissione di Carmen, e di Camille du Locle, che suggerì l’idea di Aida, poi verseggiata da Ghislanzoni, i quali traevano ispirazione da Schiller, ma riferendosi anche alla History of Philip II di W. H. Prescott e a una pièce di Eugène Cormon, intitolata Philippe roi d’Espagne. Le reazioni dopo l’affollatissima prima, a cui partecipò anche la famiglia imperiale, furono moderate; la stampa trattò però ampiamente l’argomento e tutte le voci, sia pure discordanti, furono unanimi nel riconoscere che Verdi stava esprimendo una nuova ricerca, alcuni rimarcarono la «potente semplicità» (Théophile Gauthier), altri il passaggio a schemi «tedeschi» (Georges Bizet). L’opera iniziò poi subito dopo una discreta carriera italiana, a partire dalla prima rappresentazione al Teatro Comunale di Bologna nell’ottobre dello stesso anno. Anche da noi i recensori furono concordi nel rilevare numerose novità, ben sintetizzate da Francesco Flores d’Arcais che sull’”Opinione” affermava risolutamente: «pensieri nuovi nel Don Carlo ce ne sono a iosa, ma non tutti diverranno preda degli organetti». Il testo, tradotto da Achille de Lauzières con la collaborazione di Carlo Zangarini, venne poi adattato nelle due seguenti versioni: quella in quattro atti, che sacrificava quindi il primo e senza ballabili, presentata alla Scala nel 1884, e poi in quella del 1886 che ripristinava il primo atto, conservando molte delle modifiche precedenti. Il titolo ebbe una fortuna relativa fino al secondo dopoguerra, segnalandosi poi all’attenzione in modo sempre più evidente, ad esempio in occasione della famosa edizione londinese del 1958 segnata da un cast all stars (Barbieri, Brouwenstijn, Christoff, Gobbi, Simionato, Vickers) con la direzione di Carlo Maria Giulini e la messinscena di Luchino Visconti; da allora Don Carlo è entrato stabilmente in tutti i repertori ed è tra i lavori più frequentati dell’intero catalogo verdiano.




mercoledì 7 giugno

Teatro Regio
Foyer del Toro ore 17.30
Daniele Spini
nell’ambito degli
Incontri con l’Opera presenterà Don Carlo

ingresso libero

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