giugno-luglio 2006

teatro regio torino


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Semyon Bychkov
«In questo Verdi una polifonia dell’esistenza»

di Isabella Maria

Semyon BychkovUna nuova produzione del Don Carlo di Verdi, in giugno, riporterà sul podio del Regio Semyon Bychkov, a cinque anni di distanza da un’applaudita esecuzione dell’Oro del Reno in forma di concerto. Russo di nascita ma tedesco e americano di adozione, il direttore principale della Wdr Sinfonieorchester Köln ha costruito negli anni una ricca e importante carriera internazionale, dagli esordi precocissimi alla scelta coraggiosa dell’esilio, dalla consacrazione da parte di Herbert von Karajan alla costruzione di un repertorio di inusuale profondità e rigore, lontano da ogni tentazione di divismo. Il Boris Godunov che ha diretto l’anno scorso per il Maggio Musicale Fiorentino con la regia di Eimuntas Nekrosius ha appena vinto il Premio «Abbiati» come migliore spettacolo del 2005, ma Bychkov non è un tipo da ricette facili.

Lei ha diretto molte opere di Wagner, e Don Carlo è forse la partitura più “wagneriana” di Verdi.
«Wagner esercitò una colossale influenza su intere generazioni di compositori, fu uno spartiacque, un modello da seguire o rifiutare, ma da cui nessuno fu più in grado di prescindere. Eppure all’inizio era stato lui a essere influenzato dal belcanto, che costituiva la lingua madre di Verdi, l’ambiente in cui era cresciuto. E Verdi riuscì a imporre il proprio talento in modo del tutto autonomo, conquistando un posto nella storia dell’opera equivalente a quello occupato da Wagner: se aggiungiamo ai loro nomi quello di Richard Strauss, abbiamo le tre colonne del teatro musicale di tutti i tempi. Un risultato straordinario, per un contemporaneo, che sintetizza la forza di questo compositore e la sua capacità di stabilire una comunicazione immediata con chi si avvicina al suo lavoro. Ciò che mi sembra magnifico nel Don Carlo è la sua complessità, la compresenza di tanti temi diversi. C’è la love story, l’intrigo politico, la presenza incombente della Chiesa, il conflitto di ogni personaggio con se stesso e con gli altri. Una concezione polifonica dell’esistenza che si traduce in una polifonia dell’espressione musicale estremamente attuale ancora oggi».

Che tipo di rapporto ha avuto e ha con la musica di Verdi?
«Il trovatore è stata l’opera che mi ha offerto la prima opportunità di dirigere, agli inizi della mia carriera. Ho fatto Un ballo in maschera a Firenze (sono già passati dodici anni), e poi sto preparando il Requiem e un Otello che andrà in scena al Metropolitan di New York fra due stagioni. Dopo i molti anni che ho trascorso a stretto contatto con Strauss e Wagner, sto entrando in una fase in cui Verdi sarà probabilmente più presente. Del resto non siamo noi a scegliere le affinità che ci legano a determinati compositori, non è una cosa che si decide. Amo molto Shostakovich, Verdi, Mozart, ma è vero che a Wagner e Strauss ho dedicato gran parte delle mie energie, fino ad oggi: appartengono entrambi a una civiltà musicale che mi affascina, sono figure essenziali nel mio mondo. E per me è importante immergersi in un’opera, abitarla in modo direi ossessivo. Quando ci si immerge nel Lohengrin, in Elektra o nel Don Carlo, ci si sente migliori come esseri umani: è musica che solleva molte domande, ma che dà anche risposte concrete».

Come vede il futuro dell’opera come forma d’arte?
«Non sono pessimista. L’opera sopravviverà finché esisteranno persone capaci di riconoscervi un nucleo di verità. Don Carlo, la Tetralogia e Don Giovanni parlano di noi, l’umanità che rappresentano è la nostra. Il problema è come far giungere questo messaggio alle generazioni giovani. Bisogna far loro capire che l’opera, per quanto possa essere stata creata un secolo o due fa, corrisponde ancora perfettamente alle nostre esigenze intellettuali ed emotive. A questo scopo talvolta si pensa che sia necessario attualizzare gli allestimenti, ma non credo sia la via giusta, o almeno, non è certo l’unica via né un passaggio obbligato. Se una produzione funziona, se è fedele all’idea del compositore, improvvisamente gli spettatori si rendono conto che i personaggi sulla scena sono proprio come loro, a parte gli abiti che indossano: è questa la direzione verso cui dobbiamo premere. E non è questione di soldi, quanto piuttosto della necessità di stimolare il bisogno di questa musica all’interno della società. Wagner scriveva nel 1878 di come i registi si sforzassero di modernizzare il Don Giovanni, ma, aggiungeva: “questo non è il sistema giusto. Siamo noi che dobbiamo armonizzarci con l’opera di Mozart”. Non è bellissimo?».