di Isabella Maria
Una
nuova produzione del Don Carlo di Verdi, in giugno, riporterà sul
podio del Regio Semyon Bychkov, a cinque anni di distanza da un’applaudita
esecuzione dell’Oro del Reno in forma di concerto. Russo di nascita
ma tedesco e americano di adozione, il direttore principale della Wdr
Sinfonieorchester Köln ha costruito negli anni una ricca e importante
carriera internazionale, dagli esordi precocissimi alla scelta coraggiosa
dell’esilio, dalla consacrazione da parte di Herbert von Karajan
alla costruzione di un repertorio di inusuale profondità e rigore,
lontano da ogni tentazione di divismo. Il Boris Godunov che ha diretto
l’anno scorso per il Maggio Musicale Fiorentino con la regia di
Eimuntas Nekrosius ha appena vinto il Premio «Abbiati» come
migliore spettacolo del 2005, ma Bychkov non è un tipo da ricette
facili.
Lei ha diretto molte opere di Wagner, e Don Carlo è forse
la partitura più “wagneriana” di Verdi.
«Wagner esercitò una colossale influenza su intere generazioni
di compositori, fu uno spartiacque, un modello da seguire o rifiutare,
ma da cui nessuno fu più in grado di prescindere. Eppure all’inizio
era stato lui a essere influenzato dal belcanto, che costituiva la lingua
madre di Verdi, l’ambiente in cui era cresciuto. E Verdi riuscì
a imporre il proprio talento in modo del tutto autonomo, conquistando
un posto nella storia dell’opera equivalente a quello occupato da
Wagner: se aggiungiamo ai loro nomi quello di Richard Strauss, abbiamo
le tre colonne del teatro musicale di tutti i tempi. Un risultato straordinario,
per un contemporaneo, che sintetizza la forza di questo compositore e
la sua capacità di stabilire una comunicazione immediata con chi
si avvicina al suo lavoro. Ciò che mi sembra magnifico nel Don
Carlo è la sua complessità, la compresenza di tanti temi
diversi. C’è la love story, l’intrigo politico, la
presenza incombente della Chiesa, il conflitto di ogni personaggio con
se stesso e con gli altri. Una concezione polifonica dell’esistenza
che si traduce in una polifonia dell’espressione musicale estremamente
attuale ancora oggi».
Che tipo di rapporto ha avuto e ha con la musica di Verdi?
«Il trovatore è stata l’opera che mi ha offerto la
prima opportunità di dirigere, agli inizi della mia carriera. Ho
fatto Un ballo in maschera a Firenze (sono già passati dodici anni),
e poi sto preparando il Requiem e un Otello che andrà in scena
al Metropolitan di New York fra due stagioni. Dopo i molti anni che ho
trascorso a stretto contatto con Strauss e Wagner, sto entrando in una
fase in cui Verdi sarà probabilmente più presente. Del resto
non siamo noi a scegliere le affinità che ci legano a determinati
compositori, non è una cosa che si decide. Amo molto Shostakovich,
Verdi, Mozart, ma è vero che a Wagner e Strauss ho dedicato gran
parte delle mie energie, fino ad oggi: appartengono entrambi a una civiltà
musicale che mi affascina, sono figure essenziali nel mio mondo. E per
me è importante immergersi in un’opera, abitarla in modo
direi ossessivo. Quando ci si immerge nel Lohengrin, in Elektra o nel
Don Carlo, ci si sente migliori come esseri umani: è musica che
solleva molte domande, ma che dà anche risposte concrete».
Come vede il futuro dell’opera come forma d’arte?
«Non sono pessimista. L’opera sopravviverà finché
esisteranno persone capaci di riconoscervi un nucleo di verità.
Don Carlo, la Tetralogia e Don Giovanni parlano di noi, l’umanità
che rappresentano è la nostra. Il problema è come far giungere
questo messaggio alle generazioni giovani. Bisogna far loro capire che
l’opera, per quanto possa essere stata creata un secolo o due fa,
corrisponde ancora perfettamente alle nostre esigenze intellettuali ed
emotive. A questo scopo talvolta si pensa che sia necessario attualizzare
gli allestimenti, ma non credo sia la via giusta, o almeno, non è
certo l’unica via né un passaggio obbligato. Se una produzione
funziona, se è fedele all’idea del compositore, improvvisamente
gli spettatori si rendono conto che i personaggi sulla scena sono proprio
come loro, a parte gli abiti che indossano: è questa la direzione
verso cui dobbiamo premere. E non è questione di soldi, quanto
piuttosto della necessità di stimolare il bisogno di questa musica
all’interno della società. Wagner scriveva nel 1878 di come
i registi si sforzassero di modernizzare il Don Giovanni, ma, aggiungeva:
“questo non è il sistema giusto. Siamo noi che dobbiamo armonizzarci
con l’opera di Mozart”. Non è bellissimo?».