giugno-luglio 2006

teatro regio torino


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Hugo de Ana
«Nel Don Carlo ritroviamo il pathos del dramma greco»

di Paola Giunti

Hugo de AnaUn graditissimo ritorno quello di Hugo de Ana, il regista argentino che firma, come consuetudine, anche scene e costumi di questa importante coproduzione che vede coinvolti il Teatro Real di Madrid e il Carlo Felice di Genova e che è valsa a de Ana il Premio «Abbiati» della critica musicale italiana.

Maestro, qual è secondo lei il tema principale dell’opera?
«Io credo che sia un affresco sulla distruzione di una grande famiglia, un’opera sulla decadenza degli Asburgo, di cui sicuramente Filippo II è stato un grande esponente, una sorta di Ludwig di Visconti ambientato nella Spagna rinascimentale. Nei continui triangoli che si creano tra i personaggi si capisce chiaramente che le motivazioni che muovono tutti sono la voglia di potere, la ricerca della libertà e dell’amore, ma nessuno riesce a ottenere ciò che desidera».

In Don Carlo si intrecciano realtà storica, realtà romantica e realtà musicale; ce n’è una che prevale?
«No, anzi, ho cercato di fondere questi punti di vista, altrimenti si corre il rischio di banalizzare i personaggi storici, facendoli diventare burattini di cartapesta mentre al contrario hanno un profondo contenuto umano e psicologico. Per esempio, nel dramma di Schiller, Filippo II è il cattivo per antonomasia, mentre Verdi ne mette maggiormente a nudo l’anima, avvicinandolo così alla verità storica: un uomo del Rinascimento schiacciato dal peso del regno e dalla grandezza di un padre di cui non riuscirà a eguagliare le gesta. Si arriva così a una verità metafisica che va al di là della realtà storica».

È un’opera al maschile?
«È l’opera dei padri, del timore e dei complessi di inferiorità dei figli nei loro confronti: Filippo II verso Carlo V, la cui presenza si percepisce molto chiaramente nella musica di Verdi, e di Don Carlo verso Filippo II, al quale il principe cerca invano di ribellarsi. Ritroviamo il pathos del dramma greco, quel destino inesorabile che perseguita tutta la famiglia reale; è un’opera molto commovente e ogni volta che lavoro per metterla in scena – questa è la quinta produzione che faccio – scopro qualcosa di nuovo».

Che ruolo ha Elisabetta di Valois?
«Non so dire se lei amò mai Filippo ma credo che lui abbia tentato di amarla, come dimostra la tenerezza nelle lettere indirizzate ai figli. Le differenze certo erano molte: da una parte c’è un re che passa tutto il suo tempo a cercare di risolvere gli infiniti conflitti all’interno di un regno che si sta man mano disgregando, un uomo avanti negli anni – cui Verdi fa dire “Io la rivedo ancor contemplar trista in volto / il mio crin bianco il dì che qui di Francia venne” – dall’altra una principessa poco più che adolescente che si ritrova sola in una corte straniera. Non credo comunque a una storia d’amore tra lei e Don Carlo anche se è storicamente provato che intercedette per la sua liberazione e per farlo ritornare a palazzo».

Nella scenografia ci sono precisi riferimenti all’arte dell’epoca?
«Il Rinascimento spagnolo è un periodo artistico che mi ha sempre interessato molto; inoltre penso che la forza di Don Carlo sia anche legata alla forza delle immagini del periodo. Quello che ho cercato di fare non è ricostruire fedelmente i luoghi storici, il palazzo di Carlo V, le sculture di Pompeo Leoni e il resto, ma rappresentare il Rinascimento spagnolo attraverso gli occhi dei personaggi: l’opera ha una drammaturgia forte, si basa sulla recitazione. Quando studiavo all’Accademia volevo addirittura farne un film e di questo desiderio ho conservato una visone cinematografica dove tutto si svolge senza interruzioni, come una grande carrellata in cui i cambi di scena sono a vista. Per questo ho sempre insistito perché la rappresentazione si faccia con un solo intervallo, affinché il pubblico possa cogliere il continuo ondeggiamento tra i fasti del potere e la solitudine della condizione umana».