di Paola Giunti
Un
graditissimo ritorno quello di Hugo de Ana, il regista argentino che firma,
come consuetudine, anche scene e costumi di questa importante coproduzione
che vede coinvolti il Teatro Real di Madrid e il Carlo Felice di Genova
e che è valsa a de Ana il Premio «Abbiati» della critica
musicale italiana.
Maestro, qual è secondo lei il tema principale dell’opera?
«Io credo che sia un affresco sulla distruzione di una grande famiglia,
un’opera sulla decadenza degli Asburgo, di cui sicuramente Filippo
II è stato un grande esponente, una sorta di Ludwig di Visconti
ambientato nella Spagna rinascimentale. Nei continui triangoli che si
creano tra i personaggi si capisce chiaramente che le motivazioni che
muovono tutti sono la voglia di potere, la ricerca della libertà
e dell’amore, ma nessuno riesce a ottenere ciò che desidera».
In Don Carlo si intrecciano realtà storica, realtà
romantica e realtà musicale; ce n’è una che prevale?
«No, anzi, ho cercato di fondere questi punti di vista, altrimenti
si corre il rischio di banalizzare i personaggi storici, facendoli diventare
burattini di cartapesta mentre al contrario hanno un profondo contenuto
umano e psicologico. Per esempio, nel dramma di Schiller, Filippo II è
il cattivo per antonomasia, mentre Verdi ne mette maggiormente a nudo
l’anima, avvicinandolo così alla verità storica: un
uomo del Rinascimento schiacciato dal peso del regno e dalla grandezza
di un padre di cui non riuscirà a eguagliare le gesta. Si arriva
così a una verità metafisica che va al di là della
realtà storica».
È un’opera al maschile?
«È l’opera dei padri, del timore e dei complessi di
inferiorità dei figli nei loro confronti: Filippo II verso Carlo
V, la cui presenza si percepisce molto chiaramente nella musica di Verdi,
e di Don Carlo verso Filippo II, al quale il principe cerca invano di
ribellarsi. Ritroviamo il pathos del dramma greco, quel destino inesorabile
che perseguita tutta la famiglia reale; è un’opera molto
commovente e ogni volta che lavoro per metterla in scena – questa
è la quinta produzione che faccio – scopro qualcosa di nuovo».
Che ruolo ha Elisabetta di Valois?
«Non so dire se lei amò mai Filippo ma credo che lui abbia
tentato di amarla, come dimostra la tenerezza nelle lettere indirizzate
ai figli. Le differenze certo erano molte: da una parte c’è
un re che passa tutto il suo tempo a cercare di risolvere gli infiniti
conflitti all’interno di un regno che si sta man mano disgregando,
un uomo avanti negli anni – cui Verdi fa dire “Io la rivedo
ancor contemplar trista in volto / il mio crin bianco il dì che
qui di Francia venne” – dall’altra una principessa poco
più che adolescente che si ritrova sola in una corte straniera.
Non credo comunque a una storia d’amore tra lei e Don Carlo anche
se è storicamente provato che intercedette per la sua liberazione
e per farlo ritornare a palazzo».
Nella scenografia ci sono precisi riferimenti all’arte
dell’epoca?
«Il Rinascimento spagnolo è un periodo artistico che mi ha
sempre interessato molto; inoltre penso che la forza di Don Carlo sia
anche legata alla forza delle immagini del periodo. Quello che ho cercato
di fare non è ricostruire fedelmente i luoghi storici, il palazzo
di Carlo V, le sculture di Pompeo Leoni e il resto, ma rappresentare il
Rinascimento spagnolo attraverso gli occhi dei personaggi: l’opera
ha una drammaturgia forte, si basa sulla recitazione. Quando studiavo
all’Accademia volevo addirittura farne un film e di questo desiderio
ho conservato una visone cinematografica dove tutto si svolge senza interruzioni,
come una grande carrellata in cui i cambi di scena sono a vista. Per questo
ho sempre insistito perché la rappresentazione si faccia con un
solo intervallo, affinché il pubblico possa cogliere il continuo
ondeggiamento tra i fasti del potere e la solitudine della condizione
umana».