di Luca Del Fra
Una
delle difficoltà nel mettere in scena il Don Carlo è che
tutti i personaggi hanno eguale importanza e non ci sono parti secondarie.
Al posto del consueto triangolo amoroso – soprano/tenore/baritono
– ecco un pentagono di personaggi che si scontrano su amori e potere;
ma includendo le parti dell’Inquisitore e del frate – Verdi
le considerava fondamentali – si arriva addirittura all’eptagono.
Il merito della produzione del Regio consiste nell’aver assemblato
un cast estremamente omogeneo e di alto profilo, con la duplice valenza
di cantanti regolarmente presenti sui grandi palcoscenici internazionali
e di interpreti in grado di mostrare una specifica aderenza ai ruoli.
Uscito nel 1986 dalla fucina di talenti dello Sperimentale di Spoleto,
Marcello Giordani si è imposto all’attenzione internazionale
un decennio dopo, grazie alla perfetta disinvoltura del registro acuto,
che gli ha permesso di affrontare con sicurezza i ruoli più improbi
del repertorio di tenore lirico, per esempio Arnoldo nel Guglielmo Tell
e Raoul negli Ugonotti, debuttando anche nella parte titolare del Benvenuto
Cellini di Berlioz in una nuova produzione del Metropolitan diretta da
Levine. Sono parti legate a interpreti storici come Alphonse Nourrit e
Gilbert Duprez, ma Giordani è attivo anche nel repertorio italiano
e verdiano e si comprende come il ruolo di Don Carlo, verdiano ma di gusto
francese, aderisca al suo profilo d’interprete. Violeta Urmana è
approdata da pochi anni al repertorio sopranile dopo essersi imposta come
uno dei più importanti mezzosoprani dei nostri giorni sia nel repertorio
tedesco (Kundry e Fricka), sia in quello italiano (Azucena). Così,
dopo essere stata una grande Eboli, Urmana debutta ora nel ruolo di Elisabetta.
Il colore puro e luminoso della voce, l’omogeneità dei registri
uniti a una tecnica mirabile che le consente gli eterei filati quanto
gli spavaldi acuti di petto, e soprattutto la sua personalità d’interprete
indomabile e duttile, lasciano presagire che lascerà un segno importante
sul personaggio della sventurata regina di Spagna.
Il ruolo di Filippo II, da considerarsi tra i più complessi scritti
per la voce di basso, è ben noto a Ferruccio Furlanetto che lo
ha già interpretato con Karajan nel 1986 a Salisburgo. Pochi possono
vantare un repertorio più vasto e articolato di questo basso trevigiano,
a suo agio tra le coloriture rossiniane – Semiramide, Gazza ladra,
Italiana in Algeri –, nei grandi ruoli di Mozart – Don Giovanni,
Leporello, Figaro – nell’opera russa – Boris Godunov
–, tedesca – Oreste in Elektra – e francese –
Halévy e Massenet –, sempre cantati in lingua originale.
E bisogna sentirlo nei grandi ruoli verdiani: una vastità impressionante
per differenza di stili e tipologie vocali, che spiega anche l’intelligenza
d’interprete riversata nelle pieghe più intime del personaggio
di Filippo, diviso fra il ruolo regale e l’umana fragilità.
Dopo il debutto a Roma nel 1986 con la Agnese di Hohenstaufen di Spontini,
Roberto Frontali ha amministrato la sua voce con esemplare prudenza, sviluppandola
dai ruoli leggeri – Figaro, Belcore, Ford – a quelli di grande
baritono romantico. Il timbro brunito, la sicurezza degli acuti, uniti
alla chiarezza della dizione, all’incisività della parola
e alla nobiltà della linea di canto, lo rendono uno degli artisti
più ricercati per ricoprire le parti di baritono verdiano. Nel
marchese di Posa trova una parte aristocratica e appassionata, particolarmente
affine alla sua sensibilità di artista elegante e alieno dalle
estroversioni plateali.
La grande scuola bulgara di canto ha portato in Italia anche Mariana Pentcheva,
mezzosoprano che si è imposto alla Scala sotto la bacchetta di
Riccardo Muti. Colore bronzeo, estensione e temperamento: Pentcheva ha
trovato nei più autentici ruoli di mezzosoprano il suo terreno
d’elezione, riscuotendo veri successi personali in parti molto diverse
come Ortrud nel Lohengrin e la comandante nei Cavalieri di Ekebù.
Alla galleria di personaggi verdiani – Quickly, Azucena, Preziosilla,
Madddalena, Ulrica, Fenena e il Requiem – ora si aggiunge Eboli,
su cui Pentcheva riverserà tutta la sua passionalità slava.
Per il grande Inquisitore, Verdi voleva una voce di basso profondo che
solo con il timbro potesse simboleggiare l’oscura forza del potere
della chiesa: la voce di Eric Halfvarson sembra fatta apposta per una
parte che il cantante ha già portato in tutto il mondo. Figura
imponente, voce scura, sicurezza impressionante nelle note gravi hanno
reso Halfvarson interprete autorevole nel ruolo wagneriano di Hunding
e del repertorio tedesco.