giugno-luglio 2006

teatro regio torino


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Una compagnia di protagonisti

di Luca Del Fra

Immagine del Don CarloUna delle difficoltà nel mettere in scena il Don Carlo è che tutti i personaggi hanno eguale importanza e non ci sono parti secondarie. Al posto del consueto triangolo amoroso – soprano/tenore/baritono – ecco un pentagono di personaggi che si scontrano su amori e potere; ma includendo le parti dell’Inquisitore e del frate – Verdi le considerava fondamentali – si arriva addirittura all’eptagono. Il merito della produzione del Regio consiste nell’aver assemblato un cast estremamente omogeneo e di alto profilo, con la duplice valenza di cantanti regolarmente presenti sui grandi palcoscenici internazionali e di interpreti in grado di mostrare una specifica aderenza ai ruoli.
Uscito nel 1986 dalla fucina di talenti dello Sperimentale di Spoleto, Marcello Giordani si è imposto all’attenzione internazionale un decennio dopo, grazie alla perfetta disinvoltura del registro acuto, che gli ha permesso di affrontare con sicurezza i ruoli più improbi del repertorio di tenore lirico, per esempio Arnoldo nel Guglielmo Tell e Raoul negli Ugonotti, debuttando anche nella parte titolare del Benvenuto Cellini di Berlioz in una nuova produzione del Metropolitan diretta da Levine. Sono parti legate a interpreti storici come Alphonse Nourrit e Gilbert Duprez, ma Giordani è attivo anche nel repertorio italiano e verdiano e si comprende come il ruolo di Don Carlo, verdiano ma di gusto francese, aderisca al suo profilo d’interprete. Violeta Urmana è approdata da pochi anni al repertorio sopranile dopo essersi imposta come uno dei più importanti mezzosoprani dei nostri giorni sia nel repertorio tedesco (Kundry e Fricka), sia in quello italiano (Azucena). Così, dopo essere stata una grande Eboli, Urmana debutta ora nel ruolo di Elisabetta. Il colore puro e luminoso della voce, l’omogeneità dei registri uniti a una tecnica mirabile che le consente gli eterei filati quanto gli spavaldi acuti di petto, e soprattutto la sua personalità d’interprete indomabile e duttile, lasciano presagire che lascerà un segno importante sul personaggio della sventurata regina di Spagna.
Il ruolo di Filippo II, da considerarsi tra i più complessi scritti per la voce di basso, è ben noto a Ferruccio Furlanetto che lo ha già interpretato con Karajan nel 1986 a Salisburgo. Pochi possono vantare un repertorio più vasto e articolato di questo basso trevigiano, a suo agio tra le coloriture rossiniane – Semiramide, Gazza ladra, Italiana in Algeri –, nei grandi ruoli di Mozart – Don Giovanni, Leporello, Figaro – nell’opera russa – Boris Godunov –, tedesca – Oreste in Elektra – e francese – Halévy e Massenet –, sempre cantati in lingua originale. E bisogna sentirlo nei grandi ruoli verdiani: una vastità impressionante per differenza di stili e tipologie vocali, che spiega anche l’intelligenza d’interprete riversata nelle pieghe più intime del personaggio di Filippo, diviso fra il ruolo regale e l’umana fragilità.
Dopo il debutto a Roma nel 1986 con la Agnese di Hohenstaufen di Spontini, Roberto Frontali ha amministrato la sua voce con esemplare prudenza, sviluppandola dai ruoli leggeri – Figaro, Belcore, Ford – a quelli di grande baritono romantico. Il timbro brunito, la sicurezza degli acuti, uniti alla chiarezza della dizione, all’incisività della parola e alla nobiltà della linea di canto, lo rendono uno degli artisti più ricercati per ricoprire le parti di baritono verdiano. Nel marchese di Posa trova una parte aristocratica e appassionata, particolarmente affine alla sua sensibilità di artista elegante e alieno dalle estroversioni plateali.
La grande scuola bulgara di canto ha portato in Italia anche Mariana Pentcheva, mezzosoprano che si è imposto alla Scala sotto la bacchetta di Riccardo Muti. Colore bronzeo, estensione e temperamento: Pentcheva ha trovato nei più autentici ruoli di mezzosoprano il suo terreno d’elezione, riscuotendo veri successi personali in parti molto diverse come Ortrud nel Lohengrin e la comandante nei Cavalieri di Ekebù. Alla galleria di personaggi verdiani – Quickly, Azucena, Preziosilla, Madddalena, Ulrica, Fenena e il Requiem – ora si aggiunge Eboli, su cui Pentcheva riverserà tutta la sua passionalità slava.
Per il grande Inquisitore, Verdi voleva una voce di basso profondo che solo con il timbro potesse simboleggiare l’oscura forza del potere della chiesa: la voce di Eric Halfvarson sembra fatta apposta per una parte che il cantante ha già portato in tutto il mondo. Figura imponente, voce scura, sicurezza impressionante nelle note gravi hanno reso Halfvarson interprete autorevole nel ruolo wagneriano di Hunding e del repertorio tedesco.




segnalazioni

Nelle recite del 23, 27, 29 maggio e 2 giugno
i protagonisti saranno Alfredo Portilla,
Oksana Dyka,
Rafal Siwek,
Stefano Antonucci, Elisabetta Fiorillo
e Askar Abdrazakov