di Andrea Malvano
Oggi
per attraversare l’oceano basta un click. L’America è
vicina, entra ogni giorno nelle nostre case, nei nostri uffici, nelle
nostre abitudini. Siamo più informati sulle vicende sentimentali
del presidente degli Stati Uniti che sulla vita del nostro vicino di pianerottolo.
Caso più unico che raro, solo la musica cosiddetta colta continua
a seguire percorsi paralleli all’Europa. Steve Dobrogosz, ad esempio,
viene dal North Carolina, non ha paura di scrivere messe nel ventunesimo
secolo ed è uno dei compositori più amati dal pubblico americano
di oggi. I suoi Agnus Dei non sembrano risentire di quella tradizione
millenaria che pesa sulle scelte degli europei: è il vantaggio
di chi non ha un passato vincolante con cui fare continuamente i conti,
ma nello stesso tempo lo svantaggio di chi deve costruire su radici poco
solide. Da sempre gli americani vivono in questa condizione particolare,
difficile ma nello stesso tempo privilegiata. Quando Samuel Barber nel
1929 componeva la sua Serenade op. 1, Anton Webern a Vienna scriveva i
capitoli più rivoluzionari della sua produzione da camera; il confronto
tra due atteggiamenti così diversi fa impressione; ma Barber non
poteva raccogliere le angosce di Webern, perché la sua cultura
musicale non gli imponeva di andare alla disperata ricerca di un nuovo
linguaggio.
Sono categorie diverse quelle che ci aiutano a capire la musica d’Oltreoceano.
Prendiamo il cinema, ad esempio. Oggi Dobrogosz scrive messe che non ci
stupiremmo di ascoltare tra le colline di Hollywood. Nella prima metà
del Novecento Barber sapeva parlare all’immaginazione dell’ascoltatore,
trasformando l’orchestra in un caleidoscopio di visioni suggestive.
E nel 1942 Aaron Copland basava il suo balletto Rodeo sul fascino tutto
cinematografico del mondo dei cow-boy, tra uomini duri e stivali sporchi
di fango: c’è una lei, ci sono due lui e c’è
un lieto fine all’insegna del chi s’accontenta gode. Niente
di più comune; eppure Rodeo da sempre conquista il pubblico di
tutto il mondo. Sarà il suo ritmo incalzante, saranno le sue tinte
brillanti, sarà quel sapore particolare tipico dei film western.
Quel che è certo è che si tratta di musica da vedere ancor
prima che da ascoltare: i suoni come le immagini e le immagini come i
suoni. Stupirci? E perché mai. Negli Stati Uniti la musica è
nata quasi contemporaneamente al cinema: è normale quindi che vi
si trovi poco Johann Sebastian Bach e molto John Ford.
Masterclass di canto jazz, etnico,
musical
sabato 24, domenica 25 giugno
Conservatorio «G. Verdi» ore 10-18
Faye Nepon, nata a Chicago, ha studiato canto e pianoforte
presso il Chicago Musical College e presso l’Università di San Francisco.
Ha svolto attività concertistica come solista e in trio con Igor Polesitsky
e Mauro Grossi, coltivando l’amore per il jazz e l’interesse per il
patrimonio musicale della tradizione ebraica. Ha insegnato canto alla
prima scuola professionale di musical in Italia, la Bernstein School
of Musical Theater di Bologna, e all’Accademia Musicale di Firenze.
Dal 1999 tiene corsi di perfezionamento per gli Amici della Musica di
Firenze. La masterclass di Faye Nepon verterà sulle
tecniche della voce al servizio del coro, nel repertorio jazz, etnico
e del musical americano. Unico requisito per la partecipazione: esperienza
in ambito corale. È previsto un concerto finale con la partecipazione
degli allievi. Informazioni e iscrizioni: Accademia
Corale «Stefano Tempia»
tel. e fax 011 55 39 330
segreteria@stefanotempia.it