di Nicola Campogrande
Sapete
una cosa? Bisogna proprio che i nostri uomini politici comincino a frequentare
le sale da concerto. E vi dico perché.
Con il nostro voto deleghiamo un certo numero di persone a occuparsi della
nostra vita. Di aspetti grandi e piccoli, piacevoli e spiacevoli, del
vivere comune. Diciamo loro: noi daremo una controllata, ma per favore
vedete voi come gestire il gettito fiscale, come far funzionare i servizi
pubblici, come scrivere leggi che ci aiutino a stare insieme il più
serenamente possibile. E, poiché una serie di espressioni culturali
e artistiche qui in Europa esistono solo grazie al sostegno pubblico,
noi chiediamo ai nostri rappresentanti anche di osservare il mondo con
attenzione, di riflettere su come una biblioteca o una sinfonia siano
essenziali per definire la nostra identità, di valutare se sia
meglio sovvenzionare la produzione di un film o quella di un’opera
lirica. Chiediamo loro, cioè, di progettare e realizzare una politica
culturale, di fare delle scelte, di assumersi dei rischi.
Ora, con le elezioni amministrative alle porte e, a livello nazionale,
con il centrosinistra che si appresta a governare, per fortuna capita
che, da Aosta a Lecce, in molti si pongano delle domande, si chiedano
come affrontare il tema della cultura nell’azione di governo, provino
a informarsi con gli addetti ai lavori su che cosa si potrebbe fare, su
quale direzione prendere. E qual è il dato che emerge con prepotenza?
Che la musica e la pratica concertistica sono oggetti sconosciuti. Davvero
sconosciuti.
Per certi versi, purtroppo, la cosa non stupisce (ne abbiamo parlato più
volte anche su queste pagine); e però in questo momento nel quale
si fanno buoni propositi e ci si guarda intorno, sarebbe bello agire.
Se io fossi il presidente del Consiglio o il segretario di un partito
o il sindaco di una qualunque città italiana inviterei i nostri
eletti, tutti, ad ascoltare, che so, almeno dieci concerti e altrettante
opere, in giro per lo Stivale, per rendersi conto di che cosa è
la pratica musicale, di chi e come la realizza e del bene che fa a chi
ne è coinvolto. Perché non bastano ministri appassionati
o assessori alla cultura competenti e infaticabili: bisogna che tutti
coloro ai quali deleghiamo il potere di costruire la nostra vita culturale
sappiano (anche) che cos’è la musica classica, così
importante e, ahinoi, così costosa. Poi si potrà ragionare
di politica culturale, e sarà bellissimo farlo. Ma se non ci capiamo
sull’oggetto della discussione, se non ci sono nemmeno i termini
minimi per intavolare una conversazione, di che diamine vogliamo parlare?
Se servisse, rileggetevi quella bella frase di Barenboim (la Fondazione
Musicainsieme di Bologna l’ha stampata in testa alla propria prossima
stagione): «Dalla vita apprendiamo della musica, la musica tuttavia
c’insegna molto della vita». Non vivremmo tutti meglio se
riuscissimo a fare entrare un po’ di emozione sonora nelle orecchie
di chi decide per noi?