giugno-luglio 2006

editoriale


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I politici in sala da concerto

di Nicola Campogrande

Nicola CampograndeSapete una cosa? Bisogna proprio che i nostri uomini politici comincino a frequentare le sale da concerto. E vi dico perché.
Con il nostro voto deleghiamo un certo numero di persone a occuparsi della nostra vita. Di aspetti grandi e piccoli, piacevoli e spiacevoli, del vivere comune. Diciamo loro: noi daremo una controllata, ma per favore vedete voi come gestire il gettito fiscale, come far funzionare i servizi pubblici, come scrivere leggi che ci aiutino a stare insieme il più serenamente possibile. E, poiché una serie di espressioni culturali e artistiche qui in Europa esistono solo grazie al sostegno pubblico, noi chiediamo ai nostri rappresentanti anche di osservare il mondo con attenzione, di riflettere su come una biblioteca o una sinfonia siano essenziali per definire la nostra identità, di valutare se sia meglio sovvenzionare la produzione di un film o quella di un’opera lirica. Chiediamo loro, cioè, di progettare e realizzare una politica culturale, di fare delle scelte, di assumersi dei rischi.
Ora, con le elezioni amministrative alle porte e, a livello nazionale, con il centrosinistra che si appresta a governare, per fortuna capita che, da Aosta a Lecce, in molti si pongano delle domande, si chiedano come affrontare il tema della cultura nell’azione di governo, provino a informarsi con gli addetti ai lavori su che cosa si potrebbe fare, su quale direzione prendere. E qual è il dato che emerge con prepotenza? Che la musica e la pratica concertistica sono oggetti sconosciuti. Davvero sconosciuti.
Per certi versi, purtroppo, la cosa non stupisce (ne abbiamo parlato più volte anche su queste pagine); e però in questo momento nel quale si fanno buoni propositi e ci si guarda intorno, sarebbe bello agire. Se io fossi il presidente del Consiglio o il segretario di un partito o il sindaco di una qualunque città italiana inviterei i nostri eletti, tutti, ad ascoltare, che so, almeno dieci concerti e altrettante opere, in giro per lo Stivale, per rendersi conto di che cosa è la pratica musicale, di chi e come la realizza e del bene che fa a chi ne è coinvolto. Perché non bastano ministri appassionati o assessori alla cultura competenti e infaticabili: bisogna che tutti coloro ai quali deleghiamo il potere di costruire la nostra vita culturale sappiano (anche) che cos’è la musica classica, così importante e, ahinoi, così costosa. Poi si potrà ragionare di politica culturale, e sarà bellissimo farlo. Ma se non ci capiamo sull’oggetto della discussione, se non ci sono nemmeno i termini minimi per intavolare una conversazione, di che diamine vogliamo parlare?
Se servisse, rileggetevi quella bella frase di Barenboim (la Fondazione Musicainsieme di Bologna l’ha stampata in testa alla propria prossima stagione): «Dalla vita apprendiamo della musica, la musica tuttavia c’insegna molto della vita». Non vivremmo tutti meglio se riuscissimo a fare entrare un po’ di emozione sonora nelle orecchie di chi decide per noi?