di Franco Pulcini
Ogni
opera, al di là della vicenda, ha una sua storia e un suo destino.
Il naso di Šostakovic ebbe quello di essere disprezzato, nella
sua eversiva forma di grottesco operistico d´avanguardia, da un´Unione
Sovietica del 1930 assetata di populismo, marce e cori retorici in lode
della Rivoluzione. Dopo una manciata di esecuzioni venne accantonata in
patria per quasi mezzo secolo, per ricomparirvi solo nel 1974, passate
le purghe staliniane, la guerra, la vittoria sul Nazismo, lo z?danovismo,
la destalinizzazione, il pantano brezneviano, a un anno dalla morte del
musicista, tardivamente risarcito. La versione che va in scena a Torino
è proprio l´edizione dell´Opera da Camera di Mosca
che tanto fece ridere l´ormai morente Dmitrij Dmitrevic oltre trent´anni
fa, e che a Torino avevamo già visto al Teatro Carignano nel gennaio
del 1979. Allora Šostakovic non godeva certo – né presso
la maggioranza della critica né di quella del pubblico – della
gloriosa fama attuale. Ricordo che Walter Vergnano, attuale sovrintendente
del Teatro Regio, che aveva organizzato la rappresentazione per l´Unione
Musicale, tra l´incuriosito e il preoccupato per la novità,
mi chiese di scrivere due righe promozionali per il programma generale.
Non le ho ritrovate, ma dicevano più o meno che sarebbe andata
in scena un´opera (e un´esecuzione, conosciuta dai dischi)
di tale funambolica follia, da potersi permettere il lusso di rischiare
di rifondere il prezzo del biglietto agli scontenti. In effetti fu un
trionfo, e la penna pungente di Massimo Mila rilevò che la migliore
manifestazione operistica di quell´anno non l´aveva organizzata
il Regio, ma una società di concerti. Il naso è tratto da
uno dei Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol´ (seppure con inserzioni
da altri racconti), e narra le surreali disavventure di un burocrate vanitoso
della Russia zarista dell´Ottocento che si risveglia una mattina
senza naso. Non occorre essere Sigmund Freud per immaginare la drastica
rinoplastica come una metafora dell´evirazione. Il testo si fonda
sulle angosce personali di quest´uomo, preoccupato per il suo aspetto
fisico compromesso da tale tragicomica menomazione. Il naso staccato dal
volto si trasforma poi in un personaggio reale, e le cose si complicano...
Il naso è l´esordio operistico di un genio musicale di ventiquattro
anni che ha deciso di cimentarsi nel genere dell´opera grottesco-satirica
con i mezzi musicali moderni da lui conosciuti. Lo stile del Naso – basato
sulla comicità della dissonanza – non guarda solo a Stravinskij,
ma soprattutto a Hindemith, e la disinvolta commistione con generi popolareschi
e folcloristici, ma anche di dottissimo contrappunto, ne fa un unicum
nel panorama mondiale. Anche nell´opera successiva, Una Lady Macbeth
del distretto di Mcensk (con cui si conclude prima dei trent´anni
la carriera operistica del Nostro, stroncata sul nascere dalla censura)
Šostakovic proseguirà il filone satirico, sebbene con maggiore
realismo e una più composta aderenza ai canoni tradizionali russi.
Ma nel Naso vibra pure una parte importante della ricerca artistica russa:
quella del teatro di regia. Il giovane Dmitrij aveva collaborato con il
regista Vsevolod Mejerchol´d e con Vladimir Majakovskij, assorbendone
gli umori. Le tecniche di recitazione – il realismo stravolto dei dialoghi
– e di montaggio drammaturgico derivano da queste esperienze. La musicalità
stridente del libretto accumula fonemi, allitterazioni, catene di consonanti
dure e sibilanti. Il caos verbale organizzato, l´effetto di abnorme
cicaleccio sono le parti che colpiscono immediatamente in quest´opera
che comprende circa sessanta personaggi (nel settimo quadro sono in scena
ventisette cantanti). L´orchestra è "da camera"
ma suona con tale caleidoscopica varietà da non rimpiangerne una
grande. Chissà se ci farà l´effetto indimenticabile
di allora?