di Nicola Campogrande
Sono
stato a trovare il mio amico Luis, che abita poco sopra Lisbona. Dal suo
soggiorno si gode uno spettacolo bellissimo: a sinistra c’è
il Tago, nel suo ultimissimo tratto, prima della foce; a destra c’è
l’Oceano, ormai definitivamente mare. «Adesso però
devi venire con me», mi ha detto Luis, «per via di quel palazzo
che hanno costruito qui davanti», e mi ha portato fuori, sulla spiaggia.
Lì il panorama è cambiato, perché di fronte agli
occhi non avevamo più soltanto il fiume e il mare ma, senza quel
condominio così importuno, si vedeva anche il punto magico nel
quale le due acque si mescolano e il Tago lavora incessantemente per alimentare
l’Atlantico.
Davanti a quello spettacolo mi è venuto in mente che ognuno di
noi, nella nostra frequentazione delle sale da concerto, ha a che fare
con un palazzo rompiscatole: a sinistra vede la nuova musica, quella creata
dai compositori viventi, con tutta l’irruenza e la freschezza che
ha addosso un fiume ancora in corsa; a destra trova il Repertorio, quello
ormai consolidato, accettato, approvato, fatto di musica sdoganata e messa
sotto sale. Alcuni di noi sono amanti del rischio, del brivido, della
novità e amano tuffare occhi e orecchie nell’acqua dolce;
altri – la maggior parte – preferiscono bagnarsi dove la Storia
ha già fatto il proprio dovere, selezionando e filtrando ciò
che è stato considerato degno di passare ai posteri. In un mese
di programmazione musicale come questo di ottobre, però, scorrendo
i cartelloni torinesi si scopre che avremmo tutti un’altra possibilità:
quella di scendere sulla spiaggia, dribblando il palazzone, per andare
a vedere come si sta formando il mare. Lo si può fare grazie a
concerti e a scansioni di programmazione che alternano con facilità
crescente acqua dolce e salata, brividi della contemporaneità e
reperti storici, perché gli ascoltatori, tutti gli ascoltatori,
possano partecipare alla selezione, alla creazione del Repertorio. Ve
lo assicuro: essere lì ad ascoltare una prima esecuzione, fischiare
o applaudire musica nata in questi anni, contribuire con il proprio cuore
e il proprio cervello al senso e al successo (o al fiasco) di una creazione
del presente dà un piacere unico, non paragonabile a quello che
si prova ripercorrendo le orme lasciate da altre orecchie. Certo, bisogna
aver voglia di fare due passi, uscire di casa e arrivare alla spiaggia.
Ma ne vale la pena, non credete?