ottobre 2006

editoriale


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Acqua dolce, acqua salata

di Nicola Campogrande

Nicola CampograndeSono stato a trovare il mio amico Luis, che abita poco sopra Lisbona. Dal suo soggiorno si gode uno spettacolo bellissimo: a sinistra c’è il Tago, nel suo ultimissimo tratto, prima della foce; a destra c’è l’Oceano, ormai definitivamente mare. «Adesso però devi venire con me», mi ha detto Luis, «per via di quel palazzo che hanno costruito qui davanti», e mi ha portato fuori, sulla spiaggia. Lì il panorama è cambiato, perché di fronte agli occhi non avevamo più soltanto il fiume e il mare ma, senza quel condominio così importuno, si vedeva anche il punto magico nel quale le due acque si mescolano e il Tago lavora incessantemente per alimentare l’Atlantico.
Davanti a quello spettacolo mi è venuto in mente che ognuno di noi, nella nostra frequentazione delle sale da concerto, ha a che fare con un palazzo rompiscatole: a sinistra vede la nuova musica, quella creata dai compositori viventi, con tutta l’irruenza e la freschezza che ha addosso un fiume ancora in corsa; a destra trova il Repertorio, quello ormai consolidato, accettato, approvato, fatto di musica sdoganata e messa sotto sale. Alcuni di noi sono amanti del rischio, del brivido, della novità e amano tuffare occhi e orecchie nell’acqua dolce; altri – la maggior parte – preferiscono bagnarsi dove la Storia ha già fatto il proprio dovere, selezionando e filtrando ciò che è stato considerato degno di passare ai posteri. In un mese di programmazione musicale come questo di ottobre, però, scorrendo i cartelloni torinesi si scopre che avremmo tutti un’altra possibilità: quella di scendere sulla spiaggia, dribblando il palazzone, per andare a vedere come si sta formando il mare. Lo si può fare grazie a concerti e a scansioni di programmazione che alternano con facilità crescente acqua dolce e salata, brividi della contemporaneità e reperti storici, perché gli ascoltatori, tutti gli ascoltatori, possano partecipare alla selezione, alla creazione del Repertorio. Ve lo assicuro: essere lì ad ascoltare una prima esecuzione, fischiare o applaudire musica nata in questi anni, contribuire con il proprio cuore e il proprio cervello al senso e al successo (o al fiasco) di una creazione del presente dà un piacere unico, non paragonabile a quello che si prova ripercorrendo le orme lasciate da altre orecchie. Certo, bisogna aver voglia di fare due passi, uscire di casa e arrivare alla spiaggia. Ma ne vale la pena, non credete?