Il
recital pianistico, tra le diverse opportunità che ci offre il
ricco repertorio della musica da camera, certamente si distingue per alcune
caratteristiche, di cui oggi forse non abbiamo più una percezione
diretta e immediata. Prima di entrare nel merito è bene dire che
proprio l´eccellenza dei pianisti (e nel novero dei migliori in
cima sta senza dubbio alcuno proprio Zimerman) ha finito per porre in
ombra tali peculiarità, portando il pubblico più smaliziato
di oggi a concentrarsi sugli aspetti interpretativi, piuttosto che su
altri, al momento dell´ascolto. Eppure, il recital pianistico possiede
una dote forse unica nel pur variegato universo musicale: è insieme
il frutto di una rivoluzione estetica e politica, che chiamiamo non a
caso industriale, e al tempo stesso esprime – sotterraneamente, tra le
pieghe del suono, all´ombra di quei tendaggi che certa iconografia
ottocentesca voleva cascassero fino a lambire, languidi, ma avvolgenti,
il virtuoso di turno – il rinnovarsi di una continuità, quella
con il Rinascimento magico, apparentemente così distante dai nostri
giorni.
Entra Zimerman, pochi passi decisi, il portamento sicuro e vagamente nobile
di chi sa che essere un artista comporta anche alcune precise responsabilità.
Un rispettoso inchino, ed ecco il gesto del sedersi e aggiustare il seggiolino,
che improvvisamente ci riporta alla dimensione concreta della performance,
quella stessa che, a brevissimo, non appena le dita toccheranno la tastiera,
Zimerman cercherà (riuscendoci, non abbiamo dubbi su questo) di
farci dimenticare.
In fondo, quella che lui controlla con tanta abilità è una
macchina. Il pianoforte è meccanico: martelli, leve, tiranti, tasti.
Eppure vibra di un´intensità che rende evanescente la brutalità
del meccanismo. Le dita del pianista, quelle eccezionali di Zimerman,
obbediscono a impulsi elettrici che obbligano muscoli e articolazioni
a compiere gesti tutto sommato elementari. I cui esiti, però, sono
straordinari, nel senso letterale del termine. «D´altronde, per
ottenere un effetto, è sempre necessario che nel recitante vi sia
concentrazione di spirito e rappresentazione della forma che egli desidera
veder realizzarsi in atto nella materia grazie all´emissione dei
suoni».
Così al-Kindi, il grande filosofo arabo, pur parlando di magia
(della magia manipolatoria e scientifica del Medioevo, nel suo fondamentale
De Radiis) traccia un ritratto, che meglio non potrebbe attagliarsi al
musicista. Zimerman è per l´appunto questo "recitante
concentrato", la cui coerenza artistica si dipana nel gesto pianistico,
trasformandosi in fascino che incanta. Non possiamo dire di sapere quali
"fantasmi" (per usare un termine caro proprio al Rinascimento,
e che da Ficino a Bruno è giunto fino a oggi tornando ad apparire
persino nella fisica quantistica) vorrebbe veder evocati e poi imprimere
nelle anime nostre durante i suoi concerti. Possiamo affermare, in ogni
caso e per esperienza diretta, che l´apparente modestia del suo
agire, la concentrazione massima che riduce al minimo il movimento, finisce
per produrre un´eccezionale energia sonora, efficacissima nel suo
dispiegare la magia (ed ecco ancora una volta il legame con la vitalissima,
ma nascosta, ma occulta, filosofia rinascimentale).
Molto più efficace, quella del pianista, di altre forme di drammatizzazione:
quella del funambolo sospirante, o dell´ispirato con vocalizzo al
seguito, o di quei martellatori che ci ricordano appunto (negandosi così
l´accesso al regno dello spirito) che il pianoforte è uno
strumento a percussione. Zimerman, invece, evoca e ci fa vedere la musica,
ne esalta la suggestione in termini che sono paradossalmente analitici
e sintetici. Perché fissa nel suo tempo questo o quel autore, eppure
li propone alla nostra quotidianità senza sforzo. Come si addice
a un mago, per il quale lo spazio e il tempo sono categorie del mondo
elementare, che lui, il mago, ha imparato a superare proprio evocando
le rappresentazioni che a noi, pubblico, vorrebbe mostrare. In fondo,
la forza e la vitalità dell´arte dei suoni stanno tutte nell´essere
la musica un´arte che ha solo il presente, e può guardare,
a dispetto di qualsiasi filologia, solo al futuro. Dietro le spalle resta
un´eco via via sempre più flebile, che tende all´aura
quando il pianista ha finito, si alza, e concluso il suo recital, terminato
l´ultimo bis, lascia che siano proprio i "fantasmi" da
lui evocati – sensazioni, immagini, a volte persino ricordi – a sovrapporsi
alla realtà, che ora e per sempre sarà per ciascuno di noi
più ricca grazie a quel mago, che ha saputo eccitare la nostra
fantasia. (f.fe.)