settembre 2006

teatro regio torino


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Turandot, il quarto enigma di Puccini

di Marco Tutino

Puccini

Turandot, ovvero il quarto enigma. L´ultima opera di Puccini, perché l´autore scompare, addirittura prima di terminarla; ma non solo. L´ultima opera anche perché sembra chiaro che la parabola pucciniana ha raggiunto un punto di non ritorno, un´aporia, una contraddizione irrisolvibile. Il femminino pucciniano, da sempre tormentato e irrisolto, incontra la sua ultima incarnazione, la principessa di gelo. E da lì non tornerà più indietro. Si concede, è vero, una Liù in accordo con la tipica figura dolente e perdente, che ama senza difese e che dall´amore viene schiantata. Ma Turandot rimane una figura limite del teorema amore/dolore, una figura senza mezze tinte, estrema e quasi irreale.
È vero, siamo in un universo simbolico fiabesco. È vero, il Realismo, o il Verismo peraltro ampiamente sperimentato in quegli anni da lui stesso e da altri, pare accantonato per lasciare il passo a un gioco di allusioni e rimandi e allegorie che appartengono schiettamente al primo Novecento – pensiamo alla Donna senz´ombra del duo Hofmannsthal-Strauss. È anche vero che la partitura si arricchisce di tecniche sonore e compositive che ci arrivano direttamente dallo Stravinskij di Petruska e da Debussy; ma questo non spiega del tutto il quarto enigma di Turandot.
Cosa ci vuole dire Puccini, con quest´opera misteriosa e incompiuta, che probabilmente sarebbe stata terminata non senza fatica e qualche problema anche se l´autore fosse sopravvissuto? Che l´enigma dell´opera non si risolve mai? Che ogni epoca ha il suo dramma, e dunque la sua drammaturgia? Che ogni passione amorosa di cui l´opera tratta, è in realtà una trappola senza ritorno? Che da Rossini a Verdi, passando per Bellini e Donizetti, abbiamo solo narrato la stessa ossessione senza trovare nessuna risposta? Che da lì in poi, nessuna storia può essere più raccontata? Che l´ultima difesa dell´opera, prima dell´invasione della psicoanalisi, è quella della fiaba archetipica, e in qualche modo dell´astrazione e del gelo?
Nessuno crede che il problema del Principe Ignoto sia risolvere indovinelli. Nessuno crede che il cruccio di Turandot sia rifiutare l´amore. Nessuno crede che Liù si immoli per estrema devozione. Ma ognuna di queste figure svolge doviziosamente il suo compito drammatico, e fa il suo dovere. Come le maschere della Commedia dell´arte.
Certo, sarebbe semplice liquidare il tormento dell´ultima opera di un genio della drammaturgia musicale mediante la consapevolezza che la grande stagione del melodramma italiano si stava praticamente esaurendo. È vero, Turandot forse è l´ultima grande opera di una storia complessa e intensa che parte ben tre secoli e mezzo prima. Ma c´è a mio avviso qualcosa di più, che appartiene fondatamente alle leggi del teatro in musica e alla direzione che questo genere avrebbe intrapreso di lì a poco. E cioè la necessità di introdurre il dubbio, l´incertezza, la sfumatura ma soprattutto il sentimento di trasgressione e corruzione e disfacimento che stava invadendo la drammaturgia europea in senso lato, in un genere, il melodramma appunto, che sembrava non potersi sviluppare se non esclusivamente intorno alla certezza geometrica del giusto e dello sbagliato. Sì e no. Amore e morte.
Di questa tensione Turandot si fa carico, non risolvendola ma mostrando la contraddizione in tutta la sua deflagrante forza espressiva. La maschera di Turandot è di gelo perché di gelo tutta la cultura europea sta diventando, e propone enigmi nonostante sappia perfettamente di essere lei stessa l´unico irrisolvibile enigma. Calaf risolve quesiti che dovrebbero permettere a tutti noi di conquistare il cuore di una Principessa che ci sta rifiutando, perché da allora in poi nulla sarà più semplice, non l´amore, non l´onore, non la morte. E li risolve inutilmente perché, è chiaro, Turandot scompare con Liù, della quale è solo il simulacro di ghiaccio.