di Marco Tutino
Turandot, ovvero il quarto enigma. L´ultima opera di
Puccini, perché l´autore scompare, addirittura prima di terminarla;
ma non solo. L´ultima opera anche perché sembra chiaro che
la parabola pucciniana ha raggiunto un punto di non ritorno, un´aporia,
una contraddizione irrisolvibile. Il femminino pucciniano, da sempre tormentato
e irrisolto, incontra la sua ultima incarnazione, la principessa di gelo.
E da lì non tornerà più indietro. Si concede, è
vero, una Liù in accordo con la tipica figura dolente e perdente,
che ama senza difese e che dall´amore viene schiantata. Ma Turandot
rimane una figura limite del teorema amore/dolore, una figura senza mezze
tinte, estrema e quasi irreale.
È vero, siamo in un universo simbolico fiabesco. È vero,
il Realismo, o il Verismo peraltro ampiamente sperimentato in quegli anni
da lui stesso e da altri, pare accantonato per lasciare il passo a un
gioco di allusioni e rimandi e allegorie che appartengono schiettamente
al primo Novecento pensiamo alla Donna senz´ombra del duo Hofmannsthal-Strauss.
È anche vero che la partitura si arricchisce di tecniche sonore
e compositive che ci arrivano direttamente dallo Stravinskij di Petruska
e da Debussy; ma questo non spiega del tutto il quarto enigma di Turandot.
Cosa ci vuole dire Puccini, con quest´opera misteriosa e incompiuta,
che probabilmente sarebbe stata terminata non senza fatica e qualche problema
anche se l´autore fosse sopravvissuto? Che l´enigma dell´opera
non si risolve mai? Che ogni epoca ha il suo dramma, e dunque la sua drammaturgia?
Che ogni passione amorosa di cui l´opera tratta, è in realtà
una trappola senza ritorno? Che da Rossini a Verdi, passando per Bellini
e Donizetti, abbiamo solo narrato la stessa ossessione senza trovare nessuna
risposta? Che da lì in poi, nessuna storia può essere più
raccontata? Che l´ultima difesa dell´opera, prima dell´invasione
della psicoanalisi, è quella della fiaba archetipica, e in qualche
modo dell´astrazione e del gelo?
Nessuno crede che il problema del Principe Ignoto sia risolvere indovinelli.
Nessuno crede che il cruccio di Turandot sia rifiutare l´amore.
Nessuno crede che Liù si immoli per estrema devozione. Ma ognuna
di queste figure svolge doviziosamente il suo compito drammatico, e fa
il suo dovere. Come le maschere della Commedia dell´arte.
Certo, sarebbe semplice liquidare il tormento dell´ultima opera
di un genio della drammaturgia musicale mediante la consapevolezza che
la grande stagione del melodramma italiano si stava praticamente esaurendo.
È vero, Turandot forse è l´ultima grande opera di
una storia complessa e intensa che parte ben tre secoli e mezzo prima.
Ma c´è a mio avviso qualcosa di più, che appartiene
fondatamente alle leggi del teatro in musica e alla direzione che questo
genere avrebbe intrapreso di lì a poco. E cioè la necessità
di introdurre il dubbio, l´incertezza, la sfumatura ma soprattutto
il sentimento di trasgressione e corruzione e disfacimento che stava invadendo
la drammaturgia europea in senso lato, in un genere, il melodramma appunto,
che sembrava non potersi sviluppare se non esclusivamente intorno alla
certezza geometrica del giusto e dello sbagliato. Sì e no. Amore
e morte.
Di questa tensione Turandot si fa carico, non risolvendola ma mostrando
la contraddizione in tutta la sua deflagrante forza espressiva. La maschera
di Turandot è di gelo perché di gelo tutta la cultura europea
sta diventando, e propone enigmi nonostante sappia perfettamente di essere
lei stessa l´unico irrisolvibile enigma. Calaf risolve quesiti che
dovrebbero permettere a tutti noi di conquistare il cuore di una Principessa
che ci sta rifiutando, perché da allora in poi nulla sarà
più semplice, non l´amore, non l´onore, non la morte.
E li risolve inutilmente perché, è chiaro, Turandot scompare
con Liù, della quale è solo il simulacro di ghiaccio.