Sandro Fuga era nato nel 1906 vicino a Treviso, ma la sua formazione e la sua carriera musicali si svolsero prevalentemente a Torino ed è alla nostra città che il suo nome resta legato. Qui infatti percorse tutte le tappe di una ricca carriera, diventando nel 1966 direttore del Conservatorio dove in gioventù aveva studiato pianoforte, organo e composizione. Fuga arrivò alla carica di direttore dopo vent´anni di pratica concertistica e non prima di aver speso le sue energie come insegnante di pianoforte e poi di composizione. La sua raffinatezza come pianista da camera era proverbiale e la si ritrova nella sua musica per duo, scritta con mano duttile e conoscenza delle intese segrete tra gli strumenti. Gli anni in cui Fuga si trovò a trasmettere alle nuove generazioni il suo bagaglio di tecnica e ideali estetici furono invece anni difficili, segnati dalle spinte delle avanguardie musicali che tiravano il linguaggio musicale oltre i confini stabiliti dalla tradizione. A questa fase in negativo dell´evoluzione della nostra arte, Fuga voltò risolutamente le spalle. Nel 1965 mise anche per iscritto in una Lettera aperta ai giovani compositori i motivi di questa sua scelta. Per lui non ci poteva essere futuro in una via che negasse alla musica soggettività ed espressività, proprio le due cose che più aveva faticato a raggiungere nei secoli precedenti. Questa coerenza costò a Fuga un graduale isolamento che si fece sentire a poco a poco anche nelle sue musiche. A fianco della vena limpida e del lirismo sereno così tipici del suo temperamento votato alle dolcezze della contemplazione, vedranno la luce composizioni sempre più introverse e scure, più vicine al tardo Romanticismo di Brahms e Franck che non alla leggerezza dei francesi. Nulla però fece vacillare la sua certezza che il giusto posto della musica fosse quello vicino al cuore, e che prima o poi di lì dovesse passare ogni novità che si volesse definire propriamente musicale. «Credo alla musica come espressione di sentimenti. Credo che i profondi turbamenti del cuore e dell´anima (le gioie e i dolori) servano ad arricchire interiormente l´artista, e a procurargli delle emozioni che, una volta trattenute, stimoleranno in lui a distanza di tempo imprecisato il fatto creativo, cioè l´ispirazione, evento impossibile a prodursi nel momento in cui tali turbamenti accadono». Così, in un autoritratto dato alle stampe nel 1990, a quattro anni dalla morte e dopo aver attraversato un secolo squassato da titanismi di ogni sorta, Fuga ribadì una volta di più la sua poetica. Un Credo che oggi non suona più blasfemo. (a.b.)