di Nicola Campogrande
La
musica, parlo di quella da eseguire in concerto, è qualcosa che
rimane. Che dura nel tempo, che si trasmette tra generazioni. Qualcosa
che si tramanda. La cosa ha del paradossale se si pensa che si ha a che
fare con un oggetto immateriale, fatto di partiture, d’accordo,
ma soprattutto di esecuzioni, di interpretazioni destinate a sparire una
volta portate a termine. Eppure la musica rimane, e oggi ci permette di
rivivere il passato, in futuro ci potrà parlare del nostro presente,
sappiamo insomma che è essenziale per definire la nostra identità
perché sulla musica possiamo fare affidamento e nessun vandalo
potrà danneggiarla, nessun ladro trafugarla. C’è,
non si vede ma si sente, magari può rimanere nascosta e silente
per decenni ma, quando gli dei sono benigni, ricompare e torna a essere
con noi, viva, presente; azzardando, si potrebbe persino dire che la musica
da concerto è immortale.
Gli edifici, invece, rimangono per un po’ e poi si lasciano andare.
Magari durano secoli ma poi, fatalmente, muoiono e fanno spazio a nuove
costruzioni. Certo però che, quando sono giovani e in forma, si
vedono eccome, si toccano, si lasciano abitare e fanno parte della nostra
identità in modo forte, persino prepotente.
Con questo numero di “Sistema Musica” inauguriamo un ciclo
di copertine che sono un omaggio a questi due modi di parlare di noi:
mostrano i simboli della nuova Torino, le architetture (meravigliose)
della città trasformata e, con loro, alcuni giovani musicisti che
si stanno preparando a fare la loro parte nel gioco del dare vita e del
trasmettere ai posteri. Ci sembra un bel modo di scattare foto al presente
che stiamo vivendo, un presente eccitante dove la spettacolarità
del cristallo o dell’acciaio continua ad accogliere violoncelli.
Siete d’accordo?