settembre 2006

editoriale


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Scattare foto al presente

di Nicola Campogrande

Nicola CampograndeLa musica, parlo di quella da eseguire in concerto, è qualcosa che rimane. Che dura nel tempo, che si trasmette tra generazioni. Qualcosa che si tramanda. La cosa ha del paradossale se si pensa che si ha a che fare con un oggetto immateriale, fatto di partiture, d’accordo, ma soprattutto di esecuzioni, di interpretazioni destinate a sparire una volta portate a termine. Eppure la musica rimane, e oggi ci permette di rivivere il passato, in futuro ci potrà parlare del nostro presente, sappiamo insomma che è essenziale per definire la nostra identità perché sulla musica possiamo fare affidamento e nessun vandalo potrà danneggiarla, nessun ladro trafugarla. C’è, non si vede ma si sente, magari può rimanere nascosta e silente per decenni ma, quando gli dei sono benigni, ricompare e torna a essere con noi, viva, presente; azzardando, si potrebbe persino dire che la musica da concerto è immortale.
Gli edifici, invece, rimangono per un po’ e poi si lasciano andare. Magari durano secoli ma poi, fatalmente, muoiono e fanno spazio a nuove costruzioni. Certo però che, quando sono giovani e in forma, si vedono eccome, si toccano, si lasciano abitare e fanno parte della nostra identità in modo forte, persino prepotente.
Con questo numero di “Sistema Musica” inauguriamo un ciclo di copertine che sono un omaggio a questi due modi di parlare di noi: mostrano i simboli della nuova Torino, le architetture (meravigliose) della città trasformata e, con loro, alcuni giovani musicisti che si stanno preparando a fare la loro parte nel gioco del dare vita e del trasmettere ai posteri. Ci sembra un bel modo di scattare foto al presente che stiamo vivendo, un presente eccitante dove la spettacolarità del cristallo o dell’acciaio continua ad accogliere violoncelli.
Siete d’accordo?