di David del Puerto*
La
musica occidentale da concerto – classica, colta, sinfonica – è
stata sempre più caratterizzata da una netta separazione tra creazione
e interpretazione. La divinizzazione del compositore e il rispetto religioso
per la partitura dimostrano quanto il fatto musicale si sia allontanato
dal suo proposito originale, quello di dare musica alla gente per divertirsi,
ballare, amare, ascoltare, meditare…, per convertirsi invece nella rivelazione
della personalità di un demiurgo, il compositore, grazie all´intercessione
di un sacerdote, l´interprete. Questo è un concetto che,
a partire dal Romanticismo, è andato progressivamente rafforzandosi
nella musica europea, e che i movimenti d´avanguardia del XX secolo
non faranno che estremizzare, ossessionati da una loro ubicazione nella
Storia e dal ruolo di depositari di un´unica e antipaticamente esclusiva
verità quale famigerata chiave del futuro della musica. Un´ossessione
che ha generato uno dei disastri più paradossali, ma anche più
istruttivi della storia dell´arte europea: la musica che quella
avanguardia crocifiggeva come reazionaria, aliena al suo tempo e immanente
(Stravinskij, Sibelius, Britten, S?ostakovic?…), è la stessa ad
aver vinto la battaglia della trascendenza, e che ora affolla le sale
da concerto.
D´altra parte, la rivoluzione che nel secolo scorso ha permesso
la registrazione elettrica del suono ha convertito la musica non scritta
in un´arte ancora più codificata della musica scritta. Il
risultato è che, senza che noi compositori classici ce ne rendessimo
conto, il concetto stesso di "storia della musica" è
mutato radicalmente: non esiste più una musica "effimera"
per il modo in cui questa è prodotta (una partitura non ha maggior
valore né più rappresentatività musicale di una registrazione).
Così, una parte della musica qualificata nell´ambiente classico
come "di consumo", può aspirare, con la stessa legittimità
della musica colta, a durare nel tempo senza la necessità di una
partitura: alcune registrazioni di musica "non classica" continuano
a rinnovare il loro pubblico passati quaranta o cinquant´anni. È
chiaro, dunque, che le intenzioni non sono tutto. E proprio per questo,
il rifugio delle categorie è fuori luogo: un musicista non può
sentirsi superiore per il fatto di vivere riparato da una denominazione
(come può essere quella di "musica classica"). Chi è
che di questi tempi potrebbe attribuire un valore aggiunto a un´opera,
solo perché l´autore rientra in una determinata casta, come
quella di "musicista colto"? Forse che questa appartenenza comporta,
escludendo una superiorità di attitudini – come tanti musicisti
provenienti da altri territori dell´arte sonora ci dimostrano –
una superiorità di intenzioni? E a che titolo?
Per diversi decenni, l´arte d´avanguardia ha stabilito come
per assioma la superiorità morale dell´artista che crea per
se stesso (c´è qualche altro campo della vita sociale dell´uomo
in cui si riconosce maggiormente il lavorare con un egoismo autistico,
rispetto al lavorare per gli altri?). Questo culmine dell´individualismo
romantico si è sobbarcato un sistema di valori per cui l´opera
si giudicava in funzione dell´originalità; ma è un
sistema destinato alla rovina, perché alla fine comporta la rottura
di ogni vincolo con il pubblico fruitore.
In conclusione, le categorie non sembrano avere più alcuna ragion
d´essere. Si sono ridotte a pallidi rifugi in cui proteggere uno
status. E dobbiamo rallegrarci del fatto che – ed è una benedizione
per la musica stessa – la nostra epoca sta accantonando le classificazioni
settarie a vantaggio di un´unica categoria di "musicista"
che ben definisce il lavoro di noi che lavoriamo con il suono nel tempo.
Naturalmente questo può anche dare adito a confusioni e malintesi,
alla compresenza della mediocrità e del valore artistico; ma sono
equivoci che non saranno, in nessun caso, numericamente maggiori né
più gravi di quelli alimentati dalla griglia obsoleta e prevenuta
delle categorie.
Tutt´al più saranno gli equivoci caratteristici della nostra
epoca, e non quelli derivati dall´eredità dissennata di un
tempo passato. La nostra realtà è il presente, il qui e
ora della nostra società e del suo modo di vivere i fatti della
musica. E la realtà, ci piaccia o meno, è inevitabile.
* compositore