di Oreste Bossini
Un
concerto di Maurizio Pollini costituisce sempre un avvenimento speciale.
Il rapporto tra artista e pubblico, nel caso di Pollini, si configura
come un incontro di natura eccezionale, come se dall’una e dall’altra
parte si fosse arrivati all’appuntamento con la sensazione di vivere
l’istante musicale in tutta la sua immanente forza e bellezza. La
tensione che pervade la sala, palpabile, scaturisce da un’attesa
differente, da una feconda confluenza di emozioni concentrate nel suono
del pianoforte. Ogni volta si combatte un match silenzioso tra il musicista
e gli ascoltatori, senza risparmio di energie.
Pollini è sempre rimasto immune dalla tentazione di mostrarsi indulgente
con la massa inerte del pubblico, il quale reagisce all’impulso
intellettuale del pianista con una lena non proprio abituale e segue fin
dove gli è possibile i percorsi di un artista tanto esigente con
gli altri quanto severo con se stesso. L’uomo, che conosciamo misurato
fino al punto di apparire freddo e come trattenuto da un impaccio signorile
nell’esibirsi, suona visibilmente tormentato dalla ricerca di una
perfezione ideale, ma è sostenuto in realtà da un filo d’acciaio
interiore che consiste nella forza del pensiero. La coerenza nel seguire
un cammino arduo da intraprendere, sebbene entusiasmante, fa parte di
un certo stile della borghesia illuministica lombarda, ancora vivo, che
Pollini ha assorbito dalla famiglia e dallo zio, il grande artista Fausto
Melotti. Da questo mondo Pollini ha imparato a coltivare un rigore nelle
cose poco appariscente, ma nutrito da un profondo rispetto di sé
e del proprio lavoro.
La natura delle interpretazioni di Pollini ha origini molteplici. Il pianoforte
forma senz’altro il centro del suo mondo, sin da quando vinse il
prestigioso Concorso «Chopin» a Varsavia a soli diciotto anni,
sbalordendo la giuria e il pubblico con una tecnica e un’eleganza
naturale, fuori da ogni retorica accademica. Ma forse risultò ancor
più sorprendente il fatto che Pollini fosse, malgrado la giovane
età, un giudice così maturo di se stesso da decidere d’interrompere
la carriera concertistica appena intrapresa per raggiungere, attraverso
uno studio ulteriore, quella perfezione d’interprete che ancora
sentiva di dovere al pubblico e agli autori. Tra questi, Chopin ha finito
inevitabilmente per rappresentare un mondo privilegiato, al quale Pollini
è ritornato sempre nel corso della sua lunga carriera, animata
da molteplici interessi musicali e culturali. La caratteristica principale
dello Chopin di Pollini sembra consistere in una sorta di missione da
compiere in mezzo a un popolo oscurato da pregiudizi e cattive abitudini:
dimostrare che nel pianoforte di Chopin è racchiuso soprattutto
un pensiero musicale, che ha forgiato un linguaggio unico e in gran parte
irripetibile. L’affascinante grandezza delle sue interpretazioni
di queste pagine, fin quasi consumate del repertorio, sorge dal dialogo
vivo e costante con l’autore, interrogato come se il suo tempo fosse
ancora nostro. Questa vicinanza risulta autentica, perché si rispecchia
nel suo atteggiamento verso gli autori d’oggi. Pollini indaga infatti
la cultura contemporanea con la medesima passione e urgenza con le quali
avvicina quella del passato, nel tentativo di cogliere anche nel nostro
tempo gli aspetti vivi, distinguendoli dalle forme caduche della moda.
Questa libertà di spirito e la freschezza di pensiero gli consentono,
per così dire, di suonare Debussy come fosse Sciarrino e viceversa.
Un simile incrocio di prospettive non è facile e richiede un’assoluta
onestà intellettuale, pena il precipitare in un confuso e insulso
relativismo culturale privo di valori.
Una frase di Piet Mondrian riassume il senso di quest’urgenza di
interrogare il presente: «Proprio questa disarmonia (secondo la
concezione tradizionale) sarà combattuta e attaccata dovunque nell’arte
nuova, finché non si capirà la nuova armonia». Pollini
ci guida in questo viaggio avventuroso verso un’arte nuova, sia
che suoni un capolavoro del repertorio o una pagina d’oggi. Il suo
pianoforte riflette il mondo che ci circonda e impone a ciascuno di misurare
le emozioni con le trasformazioni delle idee e dei linguaggi. In ciò
consiste, nel mondo attuale come in quello del passato, la vitale modernità
della musica.
Unione Musicale
mercoledì 5 dicembre
Auditorium del Lingotto
ore 21
Maurizio Pollini pianoforte
Chopin
Preludio
in do diesis minore
op. 45
Ballata n. 2
in fa maggiore op. 38
Improvviso
in fa diesis maggiore
op. 36
4 Mazurche op. 33
Scherzo
in do diesis minore
op. 39
Debussy
6 Preludi (I Libro)
6 Studi (II Libro)
Concerto straordinario per ricordare
Giorgio Balmas