di Marina Pantano
«Due giovani, anche se già affermati, compositori italiani hanno avuto la possibilità di lavorare al meglio, di comporre e seguire la propria opera fino alla sua esecuzione: un’iniziativa straordinaria e utile per tutti, per il compositore, per gli esecutori, per il pubblico».
Così si esprime il compositore bolognese Fabio Vacchi a proposito del nuovo progetto, cui ha partecipato in qualità di tutor, inaugurato nella primavera 2007 dalla Fondazione Spinola Banna per l’Arte, che per la prima volta si è aperta all’attività musicale: ha commissionato due quartetti per archi a Silvia Colasanti e Luca Marcossi e poi ha dato loro la possibilità di seguire da vicino la preparazione degli esecutori, il Quartetto di Cremona, mettendo a disposizione la splendida sede di Poirino per un soggiorno di studio collettivo e per il concerto di presentazione.
A dicembre il Quartetto riproporrà le due nuove opere nella stagione dell’Unione Musicale e abbiamo chiesto ai diretti interessati che cosa significhi oggi, per dei giovani artisti, confrontarsi con una formazione dalla tradizione così potente.
«Suonare in quartetto è una scelta radicale e all’inizio qualcuno ci ha dato dei pazzi! – racconta Cristiano Gualco, primo violino. – Ma con un insegnante come Piero Farulli non puoi non appassionarti: così abbiamo vinto qualche concorso e allora sono arrivati i concerti e alla fine eravamo un Quartetto! Sono d’accordo con il nostro maestro: non si può rinunciare a suonare i Quartetti di Beethoven!»
«Il passato del quartetto d’archi – esordisce la romana Silvia Colasanti, più volte premiata per le sue opere edite da Ricordi – suscita timore reverenziale. Allo stesso tempo le potenzialità espressive che offre sono uno stimolo cui non ci si può sottrarre: è una tastiera di corde che vibrano con un’infinita gamma di colori, di sonorità, di timbri. Io amo scrivere per gli archi!»
E per un pianista?
«Il pianoforte e il quartetto d’archi sono due mondi davvero lontani – spiega Luca Marcossi, protagonista di un’interessante carriera pianistica a fianco di quella compositiva. – Scrivere per archi per me significa realizzare più liberamente cose che al pianoforte sarebbero ineseguibili».
Quanto conta il lavoro tra compositori e interpreti?
Gualco: «Per noi è fondamentale capire l’intenzione del compositore per trasmetterla al pubblico e anche per farci aiutare a risolvere i problemi esecutivi legati alla scrittura che possono presentarsi. Addentrarsi nel linguaggio di Silvia, Luca e di Fabio Vacchi, poi, è stato molto coinvolgente. Ci tengo a dire che partecipando a questo progetto abbiamo trovato amore per la musica e professionalità a livelli altissimi».
Marcossi: «Per me è stato determinante prendere coscienza delle reazioni differenti che la mia musica può suscitare negli altri: uscire dal mondo sensibile soggettivo è indispensabile per entrare in contatto con l’ascoltatore».
Ha ancora senso dunque scrivere per quartetto? Ha ancora senso scrivere musica oggi?
«Perché non dovrebbe averne?! – risponde con energia e passione Fabio Vacchi a questa piccola provocazione. – La musica contemporanea ha più pubblico di quanto non si immagini [ricordiamo che il compositore bolognese è reduce dal successo di Teneke, ultima sua opera presentata alla Scala lo scorso ottobre, ndr.]: c’è una ampia fetta di ascoltatori curiosi e ansiosi di confrontarsi con contenuti diversi, dal punto di vista etico, umano, esistenziale, da quelli commerciali; poiché non sono considerati acquirenti possibili, non vengono calcolati, ma ad ascoltare La giusta armonia, il mio brano sinfonico presentato nell’agosto 2006 al Festival di Salisburgo, sotto la direzione di Muti, c’erano dodicimila persone!»
«Il mondo musicale italiano è poco coraggioso – ribadisce Silvia Colasanti – rispetto al Nord Europa ad esempio, ma il progetto di Banna dimostra che la musica contemporanea, quando cerca di comunicare con il pubblico (questo per me è stato l’insegnamento più importante ricevuto da Vacchi), suscita interesse, piacere, gioia e risonanza».
mercoledì 12 dicembre
Conservatorio
ore 21
serie pari
Quartetto di Cremona
Beethoven
Grande Fuga
in si bemolle maggiore op. 133
Marcossi
Quartetto
Colasanti
La rosa que no canto
Schubert
Quartetto in re minore D. 810
(Der Tod und
das Mädchen)
In collaborazione con fondazione spinola banna per l'arte