di Elisa Guzzo Vaccarino
Don Chisciotte, l’Hidalgo errante tra la Mancia e Barcellona, due secoli fa ha traslocato in Russia e ci si è accomodato stabilmente: si parla qui del balletto che porta il suo nome, perché è in Russia che Don Quixote ha trovato la sua redazione-base, su cui svilupperà il suo percorso articolato di varianti, ispirando nel tempo anche le versioni successive, per accumulo, fino a quelle oggi di scena in tutto il mondo. Ma il grande illuso, il grande idiota, il sognatore che vede il volto nascosto della realtà, che fa tesoro della follia come lume della ragione, l’assolutamente buono di Dostoevskij, come può diventare personaggio-chiave di un balletto e come potrebbe ballare? Non è lui, infatti, il fulcro del Don Chisciotte di Marius Petipa (1818-1910), il coreografo francese che ha fondato il repertorio russo, e di Ludwig Minkus, musicista brillante boemo-polacco, di scuola austriaca. Sono loro, viaggiatori-miscelatori di culture europee, i due padri di questo balletto spumeggiante, di questa commedia in punta, nata al Bol’sˇoj di Mosca nel 1869, in quattro atti, otto scene e un prologo. Ed è ben noto che, nel balletto di Petipa, non è l’anziano cavaliere il protagonista, ma la coppia Kitri-Basilio: lei figlia deliziosa di un oste che la vuole maritare a un ricco imbecille, Gamache, lui barbiere squattrinato ma favorito della ragazza. A nulla varrà l’opposizione del padre di lei alle nozze con il povero ma bello: con l’aiuto di Don Chisciotte, il quale vede in Kitri Dulcinea, la bella dama dei suoi sogni (di qui l’atto bianco di tecnica accademica pura), la coppia di innamorati vincerà la sua partita, tra fughe in taverna, inganni, finti suicidi, equivoci ed esplosioni di gioia.
Qual è il Don Chisciotte che vediamo oggi? La versione “da Petipa” che siamo soliti incontrare sulle scene attuali si deve alla letturab“espressiva” di Aleksandr Gorskij, il quale nel 1900 mise in scena a Mosca un Don Chisciotte con scene e costumi innovativi, a tinte vive, “vere”, firmato dai grandi pittori Korovin e Golovin, dove spiccava anche una nuova generazione di danzatori maschi, come Michail Mordkin e Vasilij Tichomirov. La struttura petipiana, simmetrica, è conservata nel necessario atto bianco, quello del sogno, con le danze svelte degli Amorini e quelle nobili delle Driadi, e nella scena delle nozze al Castello. E poi ancora, il Don Chisciotte verrà reimpaginato nel 1940 da Rostislav Vladimirovicˇ Zacharov, in una redazione che dominerà incontrastata le scene russe e sovietiche. E se non bastasse questa lista autorale, ecco la focosa danza spagnola in taverna, dovuta a Kazian Golejzovskij, innovatore “eretico” degli anni Venti.
Il Don Chisciotte ora in scena porta il tocco di Aleksej Fadeecˇev, che firma l’attuale stesura. Cosa accade oggi, che ogni eresia è caduta? Don Chisciotte è un balletto eterno, che trasmette inesauribilmente allegria, energia, felicità. Solo questo ora conta e basta a garantirne la sopravvivenza. Se nella Russia d’oggi non è più così fondamentale, politicamente, puntare i riflettori sulla storia d’amore schietta di due giovani popolani che vincono sul denaro e il potere di un nobile sciocco, valorizzando invece la nobiltà d’animo dell’Hidalgo-buono assoluto e la genuinità del folklore, espressione autentica del popolo, resta – e resterà – imprescindibile nel Don Chisciotte la storia d’amore a lieto fine e la qualità straordinaria di chi la danza, erede di una tradizione eccellente, preservata, arricchita, coltivata con affetto e con rispetto, e a tutt’oggi ineguagliata.