dicembre 2007

teatro regio


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Giselle, la fiaba romantica dal fascino intramontabile

di Claudia Allasia

Giselle In un delizioso paese di cartapesta, sede ideale dei romanzi di Eichendorff, i vendemmiatori tornano dalle vigne, scherzando e cantando.
Davanti alla prima casetta (in stile Puffo neoclassico) li aspetta la loro amica Giselle, romantica fanciulla orfana di padre, inabile al lavoro perché debole di cuore, ma amante del ballo e tanto innamorata (seppure da poche ore) del fascinoso e misterioso forestiero Albrecht.
Inizia così il primo atto di Giselle, fiaba visionaria e balletto fantastico in due atti, coreografato da Coralli e Perrot e musicato da Adolphe Adam, su libretto dello scrittore Théophile Gautier e di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges. Confezionato su misura per la giovane diva Carlotta Grisi, la danzatrice adorata da Gautier – che era anche critico teatrale e coreografico, nonché suo cognato – il balletto viene presentato all’Opéra di Parigi il 28 giugno 1841, con Lucien Petipa, fratello del grande coreografo Marius, nel ruolo del fedifrago Albrecht.
Al Teatro Regio, che nel 1842 aveva ospitato la “prima” italiana di Giselle, il balletto andrà ora in scena nel sontuoso allestimento del Corpo di Ballo del Bol’sˇoj e nella versione di Vladimir Vasil’ev, ottenuta con la consulenza di un’icona della danza come Galina Ulanova, una delle Giselle più carismatiche dagli anni Trenta agli anni Cinquanta. Il balletto si avvale delle scene di Sergej Barchin e dei raffinati costumi del couturier francese Hubert de Givenchy, realizzati con il contributo di Philippe Venet. In scena a Mosca dal 1843, Giselle fa parte del repertorio classico del Teatro Bol’sˇoj, rielaborato dal direttore Aleksandr Gorskij, già assistente e pupillo del grande Petipa. Si deve a Gorskij, ammirato e stimato anche da George Balanchine, la creazione dello “stile Bol’sˇoj”, che non limita i virtuosismi alle gambe, ma interessa tutto il busto, braccia e mani, con movimenti resi più drammatici e realistici dalla tecnica basata sulla memoria sensoriale ed emotiva, ideata dal regista di teatro Konstantin Stanislavskij e adottata anche dalle star di Hollywood formate all’Actor’s Studio dal russo Lee Strasberg.
Considerato il più riuscito dei balletti romantici, Giselle è ispirato da una pagina del romanziere e poeta Heinrich Heine, che riferisce la leggenda di una ragazza morta pazza dopo aver scoperto il tradimento del suo amato.
Salvo il finale, il primo atto di Giselle è composto da gesti di maniera, onnipresenti nel panorama coreutico dell’opera lirica. L’epilogo, poi, con Giselle che impazzisce e muore di un simbolico mal di cuore, cercando di infilzarsi con la spada, è di un tragico sopra le righe, persino imbarazzante.
Ma il secondo atto è da brividi. Passato alla storia del balletto come l’“atto bianco delle Villi” (ambientato davanti alla tomba di Giselle, in un bosco di notte, sublime e “naturale” come un canto di Ossian) è un’autentica miniera di visioni gotiche, da racconto di Poe. Giselle, la vittima sacrificale del destino larmoyant, entra in scena come un’epifania: vestita di un lungo tutù di candido tulle, il più puro e casto vessillo che esista nel mondo del balletto. Compare volando, tra le fronde degli alberi, come in un paesaggio di Friedrich, mentre Mirta, l’inflessibile, algida e femminista Regina delle Villi, sorveglia la situazione. Come ogni notte di luna piena, le Villi, incantevole brigata di femmine folli, composta da fidanzate tradite e morte di dolore la vigilia delle nozze (strepitosa invenzione, partorita di sicuro dai sensi di colpa di una mente maschile), si levano dalle tombe e costringono a danzare, fino alla morte, i maschi incauti che osano accostarle. Questa volta, riunite per accogliere Giselle nel loro circolo spiritico, le Villi incalzeranno il guardaboschi Hilarion piangente sulla tomba: forzandolo a danzare senza tregua, gli faranno scoppiare il cuore. Stessa sorte toccherebbe anche ad Albrecht, giunto poco dopo a supplicare il perdono. Ma la dolce Giselle, trapassata senza odio, lo sosterrà con il suo amore salvifico e perdonevole fino all’alba, quando i raggi del sole costringeranno le Villi a rientrare nelle tombe.