dicembre 2007

teatro regio


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Carmina Burana
La straordinaria forza emotiva dell’exploit di Carl Orff

di Stefano Catucci

Netopil Caso non raro nella storia della musica, il nome di Carl Orff è oggi legato essenzialmente a una sola composizione, i Carmina Burana, che dalla prima esecuzione tenuta a battesimo a Francoforte nel 1937 non hanno cessato di mietere successo. Non fu così durante la sua vita, sebbene egli stesso avesse ben chiaro in mente che quel lavoro rappresentava una svolta: «può mandare al macero tutto ciò che ho scritto sinora», suggerì al suo editore, «la mia produzione inizia con i Carmina Burana». Prima di allora aveva cominciato seguendo la strada maestra del suo tempo: un poco di eredità del Romanticismo, una certa fascinazione per gli impressionisti francesi, una tiepida partecipazione all’incandescenza introspettiva dell’Espressionismo e qualche curiosità per l’emergere del fenomeno-Schoenberg. Ma il Modernismo non faceva per lui; Orff scelse quasi subito di rifugiarsi nel Rinascimento, in Palestrina, Orlando di Lasso, Monteverdi, lasciando intendere che un’alternativa alla forza tellurica sprigionata dalla musica di Stravinskij andava cercata in un altro tipo di primitivismo: barbarico, sì, ma intriso di Cristianesimo, di Medioevo, di tradizioni che si rispecchiano nell’architettura delle cattedrali e dei palazzi aristocratici non meno che in quella dei borghi costruiti dall’esperienza dei semplici manovali. È come se, di fronte all’annuncio del “tramonto dell’Occidente”, un musicista si fosse messo in cammino per recuperarne il momento sorgivo, nella convinzione che l’uomo europeo avesse avuto in dono una sorta di “seconda natura” che occorreva semplicemente scavare, da archeologi, e restituire alla superficie.
Se per compiere un simile scavo era necessario anche costruire qualche falso, Orff non si sarebbe spaventato. Non era stato un dilettante, Schliemann, a scoprire le vestigia di Troia sfidando l’incredulità generale, e non aveva questi fin troppo disinvoltamente piegato i suoi ritrovamenti a ciò che conosceva dei poemi omerici, andando incontro più al senso comune che all’effettiva realtà di ciò che aveva trovato? Orff fece lo stesso: prese i testi delle canzoni profane medievali contenute nel manoscritto del monastero di Benediktbeuren; si ispirò alle parole dei clerici vagantes che inneggiano al vino, alla natura, alla gioia di vivere, ma che non distolgono lo sguardo dai colori più tetri della morte; si lasciò trasportare dalla mescolanza linguistica del latino con il tedesco medievale; inserì il tutto in una matrice musicale dominata da melodie ben squadrate e da ritmi regolari, da cori che cantano all’unisono e da un’orchestrazione potente, brillantissima, con le percussioni a fare da potenziometro del vitalismo infuso in ogni pannello della “cantata scenica” in un prologo e tre parti. I Carmina Burana sono questo: un capolavoro e insieme un falso storico, ma soprattutto ideologico, la cui forza emotiva rimane sconvolgente. Se si vuole una prova del fatto che la musica può esercitare fascino indipendentemente dai suoi contenuti, i Carmina Burana ce la offrono su un piatto d’argento. E se si vuole una dimostrazione che un simile miracolo ha poche possibilità di ripetersi nell’arco di una vita, basta cercarla nella scarsa fortuna avuta da Orff con tutte le composizioni con le quali, negli anni successivi, cercò di ripetere il suo exploit: Catulli Carmina, il Trionfo di Afrodite e le fiabe Der Mond o Die Kluge restano titoli senza vita propria, epigoni di una ricetta irripetibile.
Certo il consiglio di «mandare al macero» i suoi lavori precedenti cadeva, nel 1937, in un momento infelice come nessun altro. Dal Gruppo di Francoforte, al quale aveva contribuito a dare vita, Orff aveva perseguito l’idea di una via nazionalsocialista all’arte «degenerata» che allora portava ai roghi e all’esilio, e di lì a pochissimo ai campi di concentramento, e non si può dimenticare come i Carmina Burana siano anche il risultato più notevole di quello sforzo. Una luce sinistra vibra dunque nel vitalismo e nella barbaricità di quei suoni. È una fortuna, anche per Orff, che nessuno lo ricordi quando è preso nel vortice dell’ascolto di questo suo irripetibile baccanale in musica.




sabato 29 dicembre
ore 19.45
prima della musica
incontro con
Tomas Netopil
e Nicola Gallin0

sabato 29 dicembre
ore 20.30
domenica 30 dicembre
ore 15
lunedì 31 dicembre
ore 17.30
Teatro Regio
I Concerti 2007-2008

Orchestra e Coro
del Teatro Regio
Coro di voci bianche
del Teatro Regio e del Conservatorio «G. Verdi»
Tomas Netopil
direttore
Silvia Colombini soprano
Otokar Klein tenore
Ales Jenis baritono
Claudio Marino Moretti maestro del coro e del coro di voci bianche
Orff
Carmina Burana