«Questa mattina su Broadway dev’essere ancora in caduta il
fallout radioattivo di West Side Story». Così Walter Kerr
dalle colonne del “New York Herald Tribune” all’indomani
del debutto del musical al Winter Garden Theater di Broadway il 26 settembre
1957. E in effetti la ricaduta durò molto a lungo: 732 repliche
tutte sold-out fino al giugno 1959. Poi una tournée di un anno,
seguita da altre 253 esecuzioni…
«La gente mi chiede sempre come mi sentivo – spiegherà
Chita Rivera, l’Anita di quel folgorante debutto –, non capivamo
cosa stesse succedendo. C’era un’energia davvero meravigliosa.
Ogni singola persona del team creativo aveva questo genere di potere molto
speciale». «Sapevamo tutti che cosa non volevamo – chiarisce
Arthur Laurents, ideatore del soggetto –: non una poesia formale
né un piatto reportage, né brani d’una commedia musicale
con numeri a livelli sfalsati, né balletti incernierati dentro
né pezzi di danza privi di carattere. Volevamo aspirare a un’illusione
di realtà liricamente e teatralmente tagliente». «Tutti
ci dicevano che era un progetto impossibile: fare un musical che racconta
una storia tragica nei termini di una commedia musicale, usando solo le
tecniche della commedia musicale, senza mai cadere nella trappola “operistica”»,
ricordava Leonard Bernstein, autore di una partitura superba, capace di
riprendere la difficile eredità lasciata da Gershwin, e di dischiudere
la via a un «nuovo audace genere ibrido di teatro musicale»
prettamente americano.
Il miracolo si avverò grazie a una «concatenazione unica
di persone», come la battezzò Stephen Sondheim, autore dei
testi. Ma soprattutto grazie all’intesa tra Bernstein e il coreografo
Jerome Robbins. «La quantità di carburante con cui ci rifornivamo
a vicenda – ricorderà Robbins alla morte di Bernstein –
l’intesa, il continuo flusso di idee tra di noi era un’eccitazione
continua».
La strada per arrivare a un exploit tanto strepitoso, tuttavia, non fu
breve. Tutto ebbe inizio nel 1949. A Robbins venne l’idea di un’attualizzazione
del Romeo e Giulietta shakespeariano. East Side Story aveva pensato di
intitolare un ipotetico musical ambientato nel quartiere residenziale
di New York, sullo sfondo del conflitto tra la comunità ebraica
e quella italiana durante le festività pasquali. Bernstein e Laurents
accettarono con entusiasmo. Scritta qualche scena, si resero però
conto di aver imboccato una strada senza speranze. E mollarono tutto.
Cinque anni dopo la notizia del brutale assassinio di due teen-agers nel
parco di Hell’s Kitchen, nella malfamata zona industriale della
West Side, durante una rissa tra bande fece scoccare la scintilla decisiva.
Per Bernstein, però, non fu semplice trovare la concentrazione.
Da una parte pesava sulla sua autostima di compositore la controversa
accoglienza del suo Candide. Dall’altra si stavano schiudendo per
lui le porte come direttore principale della New York Philharmonic, a
fronte del declino di Dimitris Mitropoulos e della tragica morte di Guido
Cantelli. Pur nell’eccitante turbinio di concerti, incisioni, apparizioni
televisive, Bernstein si tuffò nell’impresa con ardore faustiano.
«Trascorro tutte le mie notti al lavoro – scriveva alla moglie
nell’agosto del 1957 –. Lavoro letteralmente ogni secondo,
perché sto facendo quattro lavori per questo show: comporre, scrivere
le parole, orchestrare e provare. È un massacro, ma sono eccitato.
Potrebbe essere qualcosa di straordinario». E così fu, per
nostra fortuna. Perché West Side Story non è solo uno scrigno
di perle musicali incantevoli (Maria, I feel pretty, Somewhere), ma anche
un’icona penetrante della nostra tormentata modernità. «Non
avverto nulla di esagerato e falsificato – ebbe a scrivere Martha
Gellhorn a Bernstein –. Noi accettiamo che l’arte renda bello
e raffini il materiale grezzo della vita. La musica e la danza lo fanno,
ma la natura resta lì, con vigore; e certamente questa tragedia
musicale è un ammonimento». (a.c.)