di Paolo Cairoli
Mdi ensemble significa semplicemente Ensemble Musica Di Insieme; è stato fondato nel 2002 da sei musicisti milanesi, con l’intento di diffondere la musica contemporanea. Si fa portavoce del gruppo il violista Paolo Fumagalli.
La vostra attività si svolge spesso fuori dai confini nazionali. In generale, è diversa l’accoglienza riservata alla musica contemporanea in Italia e all’estero?
«La differenza sta semplicemente nella maggior consuetudine verso la musica contemporanea dei paesi esteri, che fa sì che sia il pubblico sia i media siano più pronti ad accoglierla e a fruirne».
Per voi suonare Brahms o il repertorio contemporaneo è la stessa cosa o pone problemi differenti?
«L’approccio è assolutamente lo stesso: ricerca della perfezione tecnica, del fraseggio musicale e di un’interpretazione affine alla nostra musicalità. Qualsiasi repertorio tuttavia porta con sé aspetti e problematiche diversi. In ambito contemporaneo questo significa, oltre a sperimentare nuove tecniche strumentali, assimilare un linguaggio sempre nuovo, che porta a risultati sonori ogni volta diversi».
Brahms, Schoenberg, Pesson: il programma che avete scelto riafferma lo slogan schoenberghiano «Brahms, the progressive»?
«È uno slogan che non ci dispiace affatto. I meriti che Schoenberg attribuì a Brahms sono indiscutibili, soprattutto se si fa riferimento ad alcune sue opere nelle quali, come ci suggerisce Massimo Mila, estende le modulazioni a regioni molto lontane dalla tonica, oppure usa una prosa musicale molto moderna, fatta di simmetrie spezzate e inusuali per l’epoca. La scelta di inserire nel programma l’op. 25 è significativa in questo senso, perché Schoenberg ne fece poi una bellissima trascrizione per orchestra».
E Schoenberg in questo programma fa la figura del classico o del contemporaneo? È solo un gran bel pezzo di musica o resta ancora una lezione?
«Diciamo che Schoenberg, nel saggio citato del 1933, ha richiamato a sé lo spirito più progressista e “contemporaneo” di Brahms, mentre Pesson, quando si rifà a melodie e armonie passate, ne accoglie l’aspetto “classico”. Allora possiamo dire che tutti e tre questi compositori sono classici e contemporanei allo stesso tempo. Ad ogni modo non si può considerare la Kammersymphonie solo come un bel pezzo di musica, rimane una lezione preziosissima, come affermò anche Alban Berg: “Non si tratta di un brano come gli altri, bensì di un’autentica pietra miliare nella storia della musica, destinata a rappresentare un’intera generazione”».
Comunque il classico in senso stretto nel vostro concerto è minoritario: non c’è il tipico pezzo contemporaneo infilato a forza in un programma “normale”, nella speranza che riesca più digeribile. Forse c’è, al contrario, un classico collocato accanto al difficile e al nuovo per stimolare confronti e proporre una continuità del fatto musicale, pur nella diversità dei linguaggi e delle poetiche?
«Assolutamente sì. L’intento è proprio quello di creare occasioni di confronto tra espressioni musicali diverse tra loro. Attraverso questo tipo di proposte si riesce a stimolare la capacità critica degli appassionati di musica classica, che pian piano si possono avvicinare alla musica contemporanea. Troppo spesso sentiamo parlare in modo superficiale e poco gentile della nuova musica. La musica contemporanea, come forma di espressione artistica attuale, riflette quello che è il mondo d’oggi e nessuno dovrebbe ignorare quello che cerca di esprimere e quello che rappresenta».