dicembre 2007

il libro


Torna all'indice dei contenuti

La seduzione delle voci ne
Le incantatrici di Starobinski

di Luca Scarlini

Papageno Incantatrici sono le voci che, dalle sirene di Ulisse in poi, seducono (letteralmente portano di forza a se stesse) coloro che incontrano lungo la loro strada; identico è l’impatto dei vocalizzi del serpente tentatore nel giardino dell’Eden e non si contano poi le Lorelei, le Belles dames sans merci, le belle cantatrici destinate a far vacillare l’egoismo coriaceo di qualsiasi avventuriero. Questo è il titolo quindi che un acuto critico e storico delle idee, Jean Starobinski, ha scelto per la sua recente incursione nel mondo dell’opera (2005), presentata ora da Edt (traduzione di Carlo Gazzelli, pp. 315, euro 18). Si tratta di una silloge di testi in parte editi in precedenza su “La Grange”, pubblicazione del Grand Théâtre de Genève, connessi quindi a una lunga frequentazione della scena principale della sua città natale, riattraversati però con l’occhio alla visione generale «di un lettore dei poeti della tradizione europea, desideroso di richiamare alla memoria non solo alcune immagini classiche o archetipiche, ma anche la mirabile raffigurazione che del personaggio dell’incantatrice fece la grande poesia italiana, che nel caso specifico ne fu la fonte più importante». Si tratta quindi, in prima istanza, di un confronto serrato con il mondo ariostesco e tassiano, che torna come termine di paragone anche in acute pagine wagneriane, dove lo scrittore indica l’Armida gluckiana, diretta dal compositore a Dresda, come punto importante di una costellazione di riferimenti attivi nella creazione dell’epopea di Parsifal. I territori a cui lo scrittore applica la sua lente sono diversissimi tra loro: si passa dalla straussiana Elektra vista come epitome perfetta dell’appagamento dell’odio, a un inconsueto ritratto di Poppea nella meravigliosa Incoronazione monteverdiana, ai Capuleti belliniani, fino ad Arianna e Barbablu di Paul Dukas, che è comparsa nel cartellone della stagione del Teatro Regio dopo un lungo oblio sui palcoscenici italiani. Prevedibilmente, però, al centro della tela c’è Mozart, a ribadire la centralità del “secolo dei lumi” nella riflessione del pensatore ginevrino, che inaugurò il suo itinerario nel 1953 con un celebre saggio dedicato a Montesquieu (Einaudi, 2002), firmando poi il classico studio su Rousseau del 1958, La trasparenza e l’ostacolo (Il Mulino, 1982). Qui egli articola il tema in capitoli dedicati a Da Ponte, Le nozze di Figaro, Don Giovanni (con il titolo I registri dell’eccesso), Così fan tutte, Idomeneo e ovviamente Il flauto magico. A quest’ultimo percorso fa da contraltare la sequenza di disegni dello scenografo tedesco Karl-Ernst Herrmann, tratti dalla produzione per il Théâtre de la Monnaie a Bruxelles del 1991, firmata dall’artista insieme alla moglie Ursel. In questo caso la disamina parte quindi dalle risonanze di Le incantatriciun’edizione fortunata, che diviene viatico a un’indagine sulla luce e le ombre di una realtà estetica complessa. Questo viaggio pieno di detours nei territori del melodramma si conclude con un ultimo capitolo, Ombra adorata (che, come il primo, è originale per l’edizione italiana), dove l’incantamento viene indagato anche nelle sue risonanze maligne, giocando su echi da Massimilla Doni di Balzac e dall’immancabile Hoffmann, sulla falsariga della celebre aria di bravura omonima, composta dal celebre castrato Girolamo Crescentini per il Romeo e Giulietta di Zingarelli. Starobinski attraversa dunque autorevolmente e con leggerezza allo stesso tempo uno dei misteri centrali dell’esistenza: la voce in tutte le sue declinazioni, come viene registrata dal sensibile sismografo operistico.




Jean Starobinski
LE INCANTATRICI
Traduzione italiana di Carlo Gazzelli
Disegni di Karl Ernst-Herrmann EDT 2007, euro 18 (pp. 315)