di Giuseppe Jiso Forzani
Il silenzio è un aspetto della realtà, e in quanto tale è possibile provare a parlarne. Se ne posso parlare è perché posso ascoltarlo. Solo di ciò che ascolto io posso parlare: la realtà parla, dentro e fuori di me, io ascolto e ridico. Riconosco il silenzio, realtà immateriale, al punto da attribuirgli un nome, solo perché lo posso ascoltare, con lo spirito e il corpo. Ma cos’è mai l’ascolto del silenzio e in che cosa si differenzia, se si differenzia, dall’ascolto del suono? Il silenzio non si può ascoltare come oggetto di udito: il cosiddetto suono del silenzio è, appunto, primariamente suono. Se ascoltassi il silenzio come fosse un “materiale” per l’udito, mi disporrei in attesa di qualcosa: ma il silenzio, pur essendo reale, non è in nulla “una cosa”. Per poter ascoltare il silenzio devo fare silenzio, non devo attrezzare, sintonizzare, bensì spogliare, disarmare l’udito. Non vuol dire tappare l’orecchio, anzi: devo sgombrarlo da tutto, deporre ogni vibrazione di fondo, ogni intenzione, ogni attesa. Devo farmi silenzio: solo il silenzio può ascoltare il silenzio. È proprio questa attitudine a farmi silenzio che oggi sembra essere in crisi. Si lamenta, a ragione, un crescente e pericoloso inquinamento acustico. La quantità dei rumori e dei suoni non è però la causa quanto piuttosto un effetto. La causa può essere proprio una progressiva inattitudine all’ascolto, un crescente rifiuto ad abbandonarsi al silenzio. A un certo punto del nostro collettivo umano cammino abbiamo cominciato a concepire il silenzio come fosse un oggetto, una cosa: lo abbiamo ontologizzato, filosoficamente parlando, gli abbiamo cioè attribuito un’entità che non possiede e non lo qualifica. Ridotto a oggetto, lo abbiamo trattato come stiamo trattando ogni cosa: ne abbiamo fatto un prodotto, una merce fruibile, un “bene” di consumo: e il silenzio, inafferrabile per natura, si ritira da noi. Non riuscendo ad afferrarlo, a capirlo e carpirlo, abbiamo iniziato a prenderlo in antipatia: come tutto ciò che non si riesce a conoscere e a capire, abbiamo cominciato a temerlo, ad averne paura. Innocente per natura (come può il silenzio far male, privo com’è di ogni arma?) lo abbiamo invece considerato nemico, lo abbiamo definito in antitesi, come opposto del suono, della vitalità, del movimento, un sinonimo di privazione, di stasi e di morte. Più diventiamo ostili al silenzio, più la sua innocua compagnia ci inquieta, più il silenzio, schivo e indifeso, si ritrae. Privati di familiarità col silenzio, diminuisce proporzionalmente la nostra capacità di ascolto: in silenzio infatti si ascolta, e senza silenzio non basta l’udito a fare l’ascolto: l’udito senza silenzio è solo percezione del rumore. Incapaci di abbandono al silenzio ci consegniamo inermi allo spadroneggiare del rumore: non è tanto la quantità e il livello dei suoni a frastornarci, quanto l’incapacità all’ascolto. La mortificazione del silenzio origina il vandalismo del rumore. Un brusio continuo, un rumore di fondo ci accompagna. Da quel rumore altro rumore si produce. Esiliato il silenzio, la parola e il suono non si generano e rigenerano rinnovati ma si trascinano ripetitivamente. Il segno tangibile di questa condizione sta nella riproducibilità fonica delle parole e dei suoni, che ha certo permesso una fruizione vasta e indiscriminata, ma ha anche consegnato alla ripetitività tecnica la creatività spontanea dell’unicità di ogni suono. Per dire del rapporto creativo fra silenzio e suono, mi appoggio, fuori da ogni confessionalità, a un passo della Torah e della Bibbia. Nel Libro dei Re si narra di Elia, fuggiasco, che si ritira in una grotta. «Dio gli disse: “Esci, fermati sul monte davanti al Signore; ecco il Signore passa e davanti a Lui soffia un vento grande e forte che sconquassa i monti e spezza le rupi, ma non nel vento è il Signore; dopo il vento verrà un terremoto, ma non nel terremoto è il Signore. Dopo il terremoto un fuoco, ma non nel fuoco è il Signore, e dopo il fuoco una voce sottile, quasi silenzio” [a still silent voice – “una quieta voce silente” – dice l’edizione inglese]. Quando ebbe udito questo Elia si avvolse il viso nel suo mantello, uscì e si fermò all’ingresso della grotta, ed ecco rivolgersi a lui una voce che disse: “Che cosa fai qui, Elia?”» (1Re,19,11-13). Forse il silenzio è la voce di Dio e il silenzio di Dio è la sua voce, dove non c’è contraddizione.