Un segnale importante l'ho colto lo scorso ottobre, quando Umberto Veronesi, attraverso la Fondazione che porta il suo nome, ha comunicato di aver creato un gruppo di lavoro dedicato a "Scienze e Musica", organizzando un importante convegno a Lucca: non un guru dedito a pratiche alternative
ma il nostro oncologo più celebre, uno dei rappresentanti più autorevoli della medicina tradizionale, spiegava che gli effetti terapeutici derivanti dall'ascolto della musica sono ormai noti
e scientificamente provati.
Qualche settimana dopo è arrivata la notizia che alla maratona di New York sono stati (teoricamente) vietati i walkman:
la musica, per i concorrenti, sarebbe stata una sorta di doping, e dunque ipod e cuffiette sono stati messi al bando.
In una società dove le ragioni dello spirito fanno abitualmente posto a quelle della scienza, dove il senso comune viene regolarmente sconfitto dall'entusiasmo tecnologico, mi sembra che, per una volta, ci sia da rallegrarsi: anche da chi maneggia numeri e grafici arriva finalmente la conferma che l'ascolto della musica (e il silenzio che le corrisponde) non sono un optional ma una necessità. Che ad esempio, come scrive Veronesi,
«la musica, se non è intrusiva ma è consapevolmente scelta e dunque diventa piacevole per l'ascoltatore adulto, può avere un effetto sulla vigilanza, l'umore e la motivazione a svolgere attività lavorative che richiedono grande attenzione».
I frequentatori di sale da concerto tutto questo lo sanno bene; magari a istinto, ma lo sanno. Sanno che la nostra vita si arricchisce in modo significativo se la circondiamo di musica, soprattutto se pensata ed eseguita con talento. Sanno che dedicare un paio d'ore all'ascolto di un concerto significa fare del bene al proprio corpo, al proprio cervello. Ora forse diventerà più facile farlo capire a chi non ha avuto la fortuna di scoprirlo, ai politici e ai burocrati che sistematicamente riducono le risorse per la musica, ai responsabili dell'educazione nazionale che a scuola tollerano la musica anziché sostenerla, alle imprese che non si fanno venire in mente di investire nel mondo dei suoni.
Forse un giorno si uscirà da un check-up medico con una prescrizione che dice di assumere ferro, praticare attività fisica e ascoltare musica dal vivo; forse in futuro tra i compiti delle vacanze ci saranno trenta problemi di aritmetica e dieci ore da trascorrere in sala da concerto.
Forse, insomma, la scienza ci aiuterà a capire nuovamente ciò che un tempo si sapeva a orecchio.
E, così, vivremo tutti un po' meglio.