di Paola Giunti
Un
brivido serpeggia nel foyer del Regio: «Ma mica dovremo cantare anche
noi?» A volte anche le cose semplici spaventano e ti fanno venire voglia
di chiedere aiuto, come fa il principe Tamino all´inizio del Flauto
magico: «Zu Hilfe, zu Hilfe!» dice lui che parla tedesco. «No, non posso,
non sono capace» dicono alcune signore tenendo per mano i loro bambini.
In un sabato pomeriggio di dicembre ci siamo infiltrati in una puntata
di Opera… ndo con mamma e papà, una delle tante iniziative che
sotto la ferrea tutela di Vincenza Bellina e delle sue sorridenti damigelle,
coinvolgono migliaia di bambini, ragazzini e, in questo caso, anche adulti,
con il nobile scopo di far loro vivere il teatro d´opera non solo
da spettatori ma anche da attori. Il meccanismo è semplice: si
legge la trama dell´opera, si descrivono i personaggi, il luogo,
le azioni; al pianoforte si prova qualche nota tanto per ricordare che
in testa, anche se in un angolo remoto, tutti possiedono la facoltà
di cantare, si distribuiscono alcuni oggetti di scena e il gioco può
cominciare. Niente di più facile, si direbbe; invece anche i bambini
si guardano intorno cercando di non incrociare lo sguardo dell´animatrice
che cerca i protagonisti di questo Flauto magico messo in scena sulla
moquette rossa della Sala Caminetto. Fortunatamente qualche bimbo ardimentoso
si trova e, forse attirato dal mantello azzurro da principe, un bimbo
si fa avanti per interpretare Tamino. Più difficile è trovare
chi faccia il serpente, vuoi perché è un essere un po´
schifoso vuoi perché muore subito e deve stare sdraiato per terra
a guardare l´azione. Le tre Dame sono piccole piccole e continuano
a inciamparsi nel velo di tulle; intorno un bosco di grandi e piccini
agita foglie di plastica facendo ondeggiare piume di uccelli affinché
un Papageno un po´ cresciuto – non si sono trovati bambini per la
parte e un eclettico nonno ha accettato di andare in giro con gabbiette
e flauto – possa catturare i pennuti per la Regina della notte. È
difficile far mantenere
forma
alla compagnia e in un momento di distrazione Tamino e il Serpente si
azzuffano come nel cortile dell´oratorio, una delle Dame corre piangendo
dalla mamma e il bosco si sta disgregando sotto il peso delle chiacchiere.
È il momento di richiamare l´attenzione: «Cantiamo tutti
insieme la filastrocca di acqua, sassi, lucchetto». Come macchie d´olio
sull´acqua tutti scivolano verso i bordi della sala, cercando di
mimetizzarsi con le pareti, che però, essendo foderate di specchi,
non fanno che moltiplicare le facce preoccupate di chi non ha mai avuto
nemmeno il coraggio di cantare sotto la doccia. «Forza, – dice piena di
entusiasmo l´animatrice – non è mica Sanremo, siamo qui per
divertirci, nessuno sarà sottoposto al televoto». Ma mettersi a
giocare, alle cinque del pomeriggio, al Teatro Regio, di fronte a trenta
sconosciuti sembra una prova più difficile di quelle alle quali
devono sottoporsi Tamino e Papageno per conquistare l´amore. La
nostra rappresentazione del Flauto magico sta per concludersi e, prima
di riporre le fronde nel baule, mi guardo intorno per capire meglio chi
sono i miei compagni d´avventura. Ammetto subito di non essere la
persona più titolata per fare riflessioni sulle famiglie d´oggi
– io che per partecipare mi sono fatta imprestare due bambini da un´amica
– ma certo che a guardarsi intorno sembrano nuclei ben bizzarri. Intanto
di mamme e papà non ce ne sono, o meglio, ci sono tante mamme,
qualche zia, un paio di nonne, tutta una genia al femminile e due sparuti
rappresentanti del genere maschile genitoriale, più il simpatico
nonno-Papageno. Ma di coppie neanche una. Eppure i figli continuano a
farsi in due, almeno così mi risulta, ma, evidentemente, si crescono
a corrente alternata. La seconda, inevitabile, riflessione, è che
è proprio difficile abbandonare l´abito serioso della vita
di tutti i giorni, ma se ci si riesce anche solo per qualche istante si
scopre che è molto più facile di quanto si immagini farsi
prendere per mano dalle storie e divertirsi interpretando la parte dell´albero
nel bosco della regina Astrifiammante. Uscendo, uno dei piccoli amici
che mi ha accompagnato, mi ha detto «Voglio subito raccontarlo alla mamma:
è un bel posto per giocare questo Teatro Regio, devo portare anche
lei la prossima volta».