di Fabrizio Festa
Un
aggettivo colpisce nel leggere le note biografiche di Riccardo Nova. Tale
aggettivo è: "audace". L´audacia di per sé
non è necessariamente patrimonio dell´artista. Eppure in
tempi di sonora mediocrità, come quelli che viviamo, il solo pensiero
che qualcuno osi (e osare oggi potrebbe essere, per un artista, anche
solo essere se stesso) non può che incuriosire.
Lei, maestro Nova, si riconosce in quell´aggettivo?
«È chiaro che quelle note non le ho scritte io. Se penso alla mia
musica, comunque, credo di fare semplicemente quel che sento di dover
fare, e a me sembra naturale procedere in questa maniera».
L´audacia parrebbe riferita soprattutto al suo mixare
esperienze musicali diverse, a cominciare da quella indiana, alla quale
è particolarmente legato.
«Sono tredici anni che vado in India, anni durante i quali ho sovente
passato molti mesi a studiare lì, costruendo nel tempo anche relazioni
musicali molto proficue. Mi ricordo che i primi tempi, quando ancora studiavo
con Franco Donatoni alla Scuola Civica di Milano, non ero certo molto
incoraggiato a fare simili viaggi. Donatoni stesso non capiva il senso
di questi miei studi e di quei miei viaggi. D´altronde non era molto
usuale all´epoca che uno studente di composizione "classica"
si avvicinasse alla musica etnica indiana. In seguito la mia si è
dimostrata però una scelta vincente, che mi ha aiutato parecchio
nel mio cammino artistico e mi ha dato molto proprio sotto il profilo
musicale».
Parliamo del suo nuovo lavoro. Il titolo – Thirteen.13x8@terror
generating deity (the ultimate reality) per ensemble, techno band, live
electronics e orchestra – farebbe pensare a qualcosa tra un videogame
e un gioco di ruolo, oppure a una saga new age. Qual è la verità?
«È un riferimento all´India, ancora una volta. Nella mitologia
hinduista il tredici (thirteen) è legato a Kaalika (meglio conosciuta
come Kaali): a Kaalika vengono attribuiti tredici nomi, ognuno rappresenta
uno stadio di coscienza differente. Kaalika è la divinità
che nella trinità hinduista rappresenta la distruzione (lo ricordiamo:
è rappresentata con una collana di quarantotto teschi sanguinanti
appesi al collo, ndr). È la divinità terrifica per eccellenza».
Organico e titolo farebbero pensare che questo suo pezzo sia
una tappa ulteriore in un cammino già cominciato in passato: è
così? Oppure, al contrario, è un´opera che segna l´inizio
di un percorso?
«Thirteen è il titolo che contraddistingue un ciclo di tre brani
strutturati su una sequenza ritmica di 13/4x8, che li accomuna tutti.
Il primo s´intitola: Thirteen.13x8@terror generating deity, e mi
è stato commissionato dallo Alter Ego Ensemble. L´organico
prevede: flauto, clarinetto, violino, violoncello, tastiera ed elettronica,
e la durata è di nove minuti. Il secondo – Thirteen.13x8@terror
generating deity (the intermediate reality) – l´ho composto su commissione
dell´Ictus Ensemble, e dura il doppio. Infine, ecco Thirteen13x8@terror
generating deity (the ultimate reality) commissionatomi dall´Orchestra
Nazionale Rai e dall´Ictus Ensemble. In questo caso l´organico
si è ovviamente esteso. C´è l´orchestra sinfonica
(4 flauti, 3 oboi, 4 clarinetti, 3 fagotti, 4 corni, 4 tromboni, 4 percussionisti,
archi), e ci sono sette solisti (i componenti dell´Alter Ego più
chitarra elettrica e tromba). Inoltre, in scena ci sono i due musicisti
del Pan Sonic, un gruppo techno finlandese, presenti fisicamente sul palco
con le loro macchine analogiche, con i loro filtri auto costruiti, e ci
sono io, con il mio computer. Da questo partono materiali sonori, che
vengono poi rielaborati dal Pan Sonic, e il click, che sincronizza solisti
e orchestra, avendolo il direttore in cuffia».