di Gianni Nuti
Maestro
Tate, l´Ottava di Bruckner impegna un´intera serata: secondo
lei qual è il segreto per rinnovare l´interesse e il gradimento
del pubblico – ormai abituato ad audizioni brevi – lungo tutto il concerto?
«Questo lavoro è così grande ed esteticamente tanto complesso
da risultare impossibile alleggerirlo trasformandolo in una sequela di
spot musicali giustapposti. Sarebbe irrispettoso rendere appetibile per
banalizzazione ciò che è ispirato da pensieri altissimi
e ha eguali solo nell´Incompiuta di Schubert o nella Nona di Mahler.
L´obiettivo piuttosto è quello di far vivere al pubblico
un´esperienza così intensa, insieme organica e multiforme,
da farlo uscire dalla sala diverso rispetto a come era entrato. Si tratta
di celebrare una sorta di officio liturgico, senza misticismo, ma con
la comprensione e la solennità tipici di un´esperienza totalizzante
ai limiti della trascendenza».
Quali sono le specificità della scrittura di Bruckner
rispetto al suo amato Wagner e ai grandi sinfonisti di fine Ottocento
che lei intende valorizzare e portare in evidenza?
«Al contrario di Wagner, Bruckner non mette in scena un dramma sotto le
illusorie spoglie di una sinfonia: la trama che racconta è frutto
di una rilettura molto personale della forma classica, con esposizione,
sviluppo e ripresa, e dell´adozione di una tecnica mai convenzionale,
capace di montare grandi architetture su piccoli modelli ritmici o spunti
tematici minimali che crescono e si estinguono secondo un processo intellettuale
severo, partecipato. L´audacia con la quale si serve del materiale
armonico tocca i limiti estremi della tonalità, ma non li oltrepassa
verso il cromatismo come fa Wagner; concatena le masse accordali in modo
ben più raffinato di Brahms, centellinando nel tempo forze tensive
emozionanti. Infine, è maestro di contrappunto e questo mi esorta
a rendere intelligibile il messaggio ultimo dell´opera attraverso
la pulitura meticolosa di ogni tassello del mosaico sonoro, così
perfetto da chiedere anche all´interprete la massima padronanza
possibile della materia».
Molti sono i lavori come in questo caso soggetti da parte del
compositore a più revisioni: perché?
«Dall´analisi delle prime versioni non ci si spiega la ragione musicale
di questi ripensamenti: le composizioni di Bruckner sono ponderate con
tale puntualità da pensare che per il compositore fosse tutto chiaro
fin da subito, dunque le ragioni allignano tra faccende di vita più
che d´arte. Secondo me Bruckner ha commesso una serie di peccati
di modestia: dando retta a voci – della critica come del pubblico – che
avrebbe dovuto ignorare, ha nutrito il suo complesso di inferiorità
da provinciale di fronte al giudizio della grande Vienna. Per quanto lunghi
e difficili, gli originali sono molto più interessanti delle revisioni
e solo l´umiltà dell´uomo che prova un candido senso
di meraviglia di fronte alla sua stessa musica rende vulnerabile l´opera
agli occhi del mondo».
Energia e meditazione in quali rapporti proporzionali albergano
nella Sinfonia di Bruckner?
«Di certo l´energia in circolazione è considerevole e assume
fattezze sfaccettate: l´ultimo movimento, per esempio, è
una vera apoteosi di energia pulsante, ma i momenti meditativi sorprendono
per efficacia e originalità: stanno attorno alle "grandi corone",
a quegli improvvisi silenzi che seguono picchi di intensità espressiva.
Lì dal vuoto denso, da una porta aperta su un mondo più
misterioso della musica stessa, esce il pensiero, ed è misticamente
teso verso l´ulteriorità; quando il suono ricompare, esso
rappresenta per contro un imprescindibile moto di esortazione al pensare
sul senso delle cose concrete. Gli Scherzi in Bruckner sono intrisi di
forza mascolina dalla tinta chiara, di un vitalismo terragno: il compositore
non ha mai dimenticato il vigore delle danze e dei Ländler familiari tra
la gente contadina in mezzo alla quale è cresciuto. Ma anche nei
momenti di quiete si avverte sempre lo scorrere vitale del tempo: non
c´è spazio per sonnecchiare».