di Alberto Bosco
Fazil
Say è a Istanbul, la città in cui ha scelto di stabilirsi
con moglie e figlia dopo i tanti anni passati in Occidente. Rispetto ad
Ankara, la sua città natale, Istanbul è certamente meno
sofisticata, ma più calda e ricca di contrasti. In questa commistione
Say si sente a casa sua, lui che è diventato famoso per aver unito
tradizione europea, folclore turco e improvvisazioni jazz in uno stile
personalissimo. Averlo trovato a casa, disponibile per un´intervista,
è un´occasione da non lasciarsi sfuggire, vista la proverbiale
riservatezza dei turchi e la sua agenda, così fitta di concerti
da chiedersi come faccia a trovare anche il tempo per comporre. Ma Fazil
è in Turchia anche perché ha appena partecipato a un omaggio
per i cinquant´anni di carriera di Ahmet Say, suo padre, scrittore
e intellettuale, conosciuto nel suo paese per l´impegno e le posizioni
socialiste. Proprio da qui è partita la nostra conversazione.
Fazil Say, che parte ha avuto suo padre nella scelta della sua
carriera?
«È stato un grande padre, mi ha sostenuto e incoraggiato, sempre.
Grazie alle sue amicizie con numerosi musicisti il mio talento è
stato riconosciuto subito e coltivato di conseguenza. Deve sapere che
mio padre, oltre a scrivere romanzi, ha scritto anche di musica a un livello
specialistico, pubblicando enciclopedie e testi di musicologia».
Ecco, in Europa facciamo fatica a immaginarci la vita musicale
in Turchia. Pensiamo che non ci sia tutto quell´apparato di istituzioni,
critica e pubblico che dall´Ottocento si è formato da noi.
Ci può descrivere com´è la situazione della musica
classica nel suo paese?
«Diciamo che solo l´uno per cento della gente in Turchia ascolta
musica classica, il resto ha accesso solo alla musica pop o a quella del
folclore locale, dove questo ancora esiste. È innanzi tutto un
problema di ricchezza. La nostra economia non va bene e l´Europa
non ci vuole; le cose non cambieranno così dal nulla. Per creare
le condizioni per lo sviluppo di una cultura musicale, come quella classica
in Europa, ci vogliono soldi. E questi, nel mio paese, non ci sono».
E come vive lei il suo ruolo di musicista?
«Io cerco di rivolgermi a più gente possibile. I miei concerti
nelle regioni orientali della penisola, zone dove non si sa nemmeno che
cosa significhi "musica classica", sono stati rivelatori. Con
l´approccio giusto si può coinvolgere un pubblico di non
esperti. Io ho sempre riscontrato enorme interesse nella gente per le
mie musiche come per quelle del repertorio».
Lei è uno dei più interessanti pianisti-compositori
in circolazione ed è in grado come pochi altri di passare di registro
in registro, sciogliendo le barriere che separano stili e culture musicali
diverse. Crede che questo sia l´unico modo per far sopravvivere
la musica del passato a cui noi teniamo ancora così tanto?
«Non so. Quello che so è che a seconda delle occasioni e del pubblico
davanti al quale mi devo esibire io devo cambiare. Devo adattarmi al tipo
di situazione, perché si realizzi lo scopo di ogni concerto, cioè
comunicare qualcosa a qualcuno. Per esempio, quando dovetti scrivere un
grande Oratorio, eseguito tra l´altro anche nell´antico anfiteatro
di Aspendo, sapevo che avrei dovuto rivolgermi a ottomila persone all´aperto
e l´ho fatto con un linguaggio ben diverso da quello che avrei utilizzato
nelle mie composizioni per il pubblico dei concerti jazz o classici: con
una musica più immediata».
Sta parlando dell´Oratorio dedicato a Nazim Hikmet. Che
significato ha avuto per lei scrivere un´opera ispirata a questo
poeta così importante per la cultura turca del Novecento?
«Hikmet è per me un riferimento. Il più grande poeta turco
del secolo scorso e uno degli uomini più coraggiosi e integri,
amante della vita e in grado di abbandonarsi alla gioia più disarmante.
La sua vita fu però tragica: per le sue posizioni marxiste fu imprigionato
più volte e passò circa diciassette anni in prigione, sulla
base di accuse pretestuose. Anche una volta uscito di prigione (nel 1950
e solo grazie alle spinte di un comitato internazionale a cui presero
parte personaggi come Picasso e Sartre), continuò tuttavia a essere
perseguitato e a temere per la propria vita; tanto che morì in
esilio nel 1963. Pensi che in Turchia, fino al 1965, era proibito stampare
i suoi libri. L´Oratorio mi è stato commissionato dal Ministero
della Cultura ed è stato eseguito per la prima volta nel 2001 ad
Ankara, davanti al Presidente della Repubblica. Si è trasformato
in un avvenimento, anche di grande significato politico».
A proposito di esilio, lei ha passato buona parte della vita
fuori dalla Turchia. Che cosa ha significato per lei questa esperienza?
«Il mio esilio era dovuto a ben altre ragioni rispetto a quelle di Hikmet!
Ho studiato a Düsseldorf e poi a Berlino prima di trasferirmi a New York.
In tutto ho passato quattordici anni a raccogliere gli stimoli più
diversi e a completare la mia formazione. Era per me normale fare ritorno
un giorno. Sono molto legato alla mia terra».
Nelle sue composizioni usa infatti spesso melodie tradizionali
e il colore dei suoi pezzi ha, per l´orecchio eurocentrico, un che
di esotico. Come risolve il problema di adattare un materiale popolare
a degli strumenti e a delle forme musicali di una tradizione diversa,
cioè quella classica?
«Certo, molto della mia musica c´entra poco con il linguaggio delle
avanguardie, quello della cosiddetta musica contemporanea. È difficile
trasportare musica nata all´aria aperta o per occasioni diverse
nel mondo artificiale e astratto del concerto classico. Il mio stile ha
sicuramente un debito nei confronti di Stravinskij e dell´ultimo
Bartók. Quanto poi agli influssi della musica turca, beh, quelli
sono evidenti. In alcuni pezzi uso direttamente gli strumenti della tradizione,
in altri cerco di imitarne il timbro o i tratti caratteristici utilizzando
tecniche particolari sugli strumenti europei. Per esempio, in Black Earth
imito il suono del saz, uno strumento a corde pizzicate, suonando il pianoforte
con una mano sulla cordiera. Poi c´è anche il jazz, che permette
fusioni più avventurose: anni fa, con il flautista ney Kudsi Erguner,
facemmo furore suonando in quartetto nei festival jazz».
Adesso che parla di Erguner, uno dei più autorevoli eredi
della tradizione musicale dei Sufi, vorrei chiederle quanto influisce
questa tradizione spirituale nella sua musica, in cui c´è
spesso un senso dionisiaco di pienezza che travalica gli argini.
«Il flauto ney è lo strumento principale nelle danze mistiche dei
dervisci rotanti. La musica di quest´ordine religioso fondato dal
grande poeta Rumi è interessantissima, così come lo sono
i loro testi poetici. A me piace molto, ma come mi piace del resto tutta
la musica del folclore turco. Non posso dire che abbia un´influenza
diretta, però».
Un´ultima domanda sui pezzi che suonerà a Torino:
ce li descrive in poche parole?
«Per la Rai suonerò Silk Road, un concerto per pianoforte e orchestra
da camera scritto una dozzina d´anni fa. È una delle mie
opere più apprezzate e descrive un viaggio immaginario nel folclore
di quattro paesi (Tibet, India, Mesopotamia e Turchia), come ai tempi
delle carovane della seta. Il Patara Quartet, che suoneremo per l´Unione
Musicale, è invece un lavoro da camera ricavato dal mio ultimo
balletto commissionato dalla città di Vienna per commemorare l´anniversario
mozartiano. Oltre a me, in scena ci saranno un soprano, un flautista ney
e percussioni turche».