di Angelo Chiarle
Singvereine,
Singakademien, Liedertafeln, Cëcilienvereine. Fu il canto corale la vera
colonna sonora del Romanticismo musicale tedesco del XIX secolo. E anche
in non piccola misura del nostro, melodramma permettendo. La straordinaria
voga di canto corale partita da Monaco e Ratisbona attecchì anche
da noi: "cecilianesimo" l´hanno definito gli storici.
Cantare in coro per riscoprire la propria identità (nazionale).
Di tante associazioni di canto corale oggi qualche traccia resta, nonostante
tutto. Facciamo il punto della situazione con due grandi professionisti
del settore, Claudio Marino Moretti, maestro del Coro del Teatro Regio
di Torino, e Romano Adami, direttore del coro da camera "Ricercare
Ensemble".
Mantenere in attività un coro non è affare di poco
conto, visti i tempi che corrono. Quali tesori di progettualità
(e perseveranza) spendete nel corso degli anni?
Adami «Il mio Coro è nato ormai vent´anni
fa da un gruppo di appassionati. L´intento è stato quello
di dare vita a un progetto di ricerca nei repertori meno praticati. Siamo
partiti con la musica del Novecento, da Ravel e Debussy fino a Hindemith.
Quando nel 1992 ho preso in mano il Coro, ho puntato anche sulla musica
barocca. In tanti anni, sfruttando le nostre potenzialità, abbiamo
dato vita a una realtà professionale, anche dal punto di vista
organizzativo. Questo ci ha portato a produrre il Messiah di Haendel,
le Cantate e i Mottetti di Bach, e del Novecento i Carmina Burana e The
Chichester Psalms di Bernstein. Dal 2004 il progetto "Mozart sacro"
ci ha portati su territori concertistici a cui non avevamo ancora avuto
accesso».
Moretti «In questi pochi anni, a parte il lavoro operistico,
abbiamo eseguito alcune opere a cappella, tra cui la Messa di Villa-Lobos
con le voci femminili, e il Requiem di Pizzetti, proprio per evitare di
rimanere "schiacciati" dalla routine degli spettacoli e delle
repliche. Il progetto delle Cantate di Bach, con l´Academia Montis
Regalis, è un´opportunità talmente grande che siamo
dispiaciuti che si esaurisca nell´esperienza di un concerto all´anno.
Mi piacerebbe molto, anzi, poter eseguire un giorno la Passione secondo
Matteo. Credo che recuperare un certo tipo di vocalità sia il futuro:
altrimenti rischiamo di essere un´accozzaglia di belle voci che
però non sono mai coro. Se ritrovassimo quella vocalità
che era nostra nel Cinquecento-Seicento, allora inizierebbe forse una
nuova epoca anche culturale e sociale».
Quali sono le soddisfazioni del mestiere di maestro di coro?
M. «È un gran bel mestiere. Davanti a te ci sono
ottanta persone con ottanta pensieri diversi. Star lì a cercare
un suono non è sempre facilissimo, però quelle volte che
si intona perfettamente anche solo un accordo pianissimo, è l´anima
che canta. Il fatto di cantare insieme tutti i giorni è sempre
una cosa speciale. Purtroppo in Italia abbiamo un po´ perso quest´abitudine
di cantare. Lo vedo anche quando, occupandomi di voci bianche e dovendo
fare una selezione, constato che i bambini oramai non sanno più
che cosa cantare».
A.
«Ho studiato con Gary Graden a Stoccolma e con il norvegese Carl Hogset.
Sono poi stato maestro sostituto di Filippo Maria Bressan con l´Athestis
Chorus. Dopo tanti anni di studio e di ricerca musicologica, è
arrivata la collaborazione con l´Orchestra da camera di Mantova
e con il maestro Umberto Benedetti Michelangeli. È stato un grande
salto che ci ha permesso di avventurarci in un´esperienza molto
importante dal punto di vista artistico, un´occasione eccezionale
di ampliamento del nostro repertorio».
Quali invece le difficoltà e quindi le sfide?
M. «Per cantare questo tipo di musica è chiaro
che bisogna fare una selezione interna: non è possibile avere sempre
le solite ventiquattro voci. La scelta deve essere mirata a cercare di
fondere il più possibile le voci. Un´altra difficoltà
è la formazione operistica dei nostri cantanti. Ad esempio, a differenza
della Trauerode BWV 198 che è molto cantabile ed espressiva, l´inizio
della Cantata Tönet, ihr Pauken! BWV 214 è talmente "strumentale"
che, studiandola, alcune sezioni si stancano facilmente. Le nostre voci
sono forse un po´ "inadatte" per un certo tipo di vocalità.
L´impostazione ricevuta in Conservatorio è più da
solisti lirici. Credo che un coro sia una grande somma di limiti, che
però a un certo punto fanno il miracolo…».
A. «I cori nordici lavorano molto sulla vocalità
finalizzata a un´identità sonora corale, in mo- do che un
coro non è solo la somma di tante belle voci individuali. In parte
anch´io cerco di seguire un po´ questa "scuola",
anche se sono convinto che un´identità italiana del suono
del mio coro ci debba essere. Oltre al lavoro che svolgiamo in fatto di
coralità, di coesione, di ricerca del suono della sezione, e poi
di tutto il gruppo, ben venga il modo personale di cantare dei bravi coristi.
C´è sempre un´onestà assoluta di lavoro, data
dalla motivazione di qualsiasi scelta musicale, però c´è
anche il "cuore", l´anima, che non devono rimanere imbrigliati
in valutazioni troppo cervellotiche».
Che cosa ci si guadagna a penare tanto sulle note di grandi
compositori come Bach e Mozart?
A. «Il Mozart sacro che abbiamo imparato a conoscere, tanto nei lavori
molto eseguiti come i Vesperæ solemnes de confessore, quanto nelle pagine
meno conosciute come le Litaniæ Lauretanæ BMV conserva sempre un fascino
dato dal fatto che veramente nulla è scontato: quando meno te l´aspetti
salta fuori il bagliore, il guizzo, il miracolo. Ti aspetta sempre la
sorpresa dietro l´angolo: non si riesce mai a individuare la retorica,
anche a cercarla con il lanternino. Dalle più piccole pagine come
il mottetto God is our refuge K. 20 alla Messa K. 427 e al Requiem è
stato tutto un susseguirsi di emozioni diverse».
M. «Studiare Bach fa sì che il modo di cantare
diventi più nobile. Quando, dopo qualche giorno di studio, i coristi
piano piano capiscono come fare, alla fine si rendono conto che, in effetti,
cantare queste musiche è completamente diverso, perché lascia
qualcosa di speciale. Cantare Bach fa bene un po´ a tutti: è
una fatica molto "didattica", che poi aiuta moltissimo il Coro
a ritrovarsi anche sulla scena».
Bach vs Mozart, ovvero lo spirito contrapposto alla carne. Funziona
questa dicotomia?
A. «Per Mozart parlerei non solo di carnalità
ma anche di teatralità. Molte arie solistiche delle messe richiamano
assolutamente il teatro. Però, in qualsiasi coro, si toccano con
mano questa teatralità e questa carnalità, che conferiscono
profondità alla musica».
M. «Bach è sempre talmente perfetto che si pensa
che la perfezione sia legata allo spirito. Non c´è mai una
nota fuori posto. Un semitono, un incontro di seconda minore, l´intervento
di uno strumento, sembrano cose banali buttate lì, ma poi tutto
diventa puro spirito. Certo è che questo spirito è anche
un piacere fisico tanto che, arrivati alla fine, ci guardiamo negli occhi
e ci diciamo: "Cantiamolo ancora una volta!"».
domenica 11 febbraio
Conservatorio ore 16.30
serie didomenica
Orchestra da camera di Mantova
Coro da camera "Ricercare Ensemble"
Umberto Benedetti Michelangeli direttore
Gemma Bertagnolli soprano
Marina De Liso contralto
Mirko Guadagnini tenore
Fulvio Bettini basso
Romano Adami maestro del coro
mozart. sacro
(quinto concerto)
lunedì 12 febbraio
Conservatorio ore 21
serie l´altro suono
Academia Montis Regalis
Coro del Teatro Regio di Torino
Alessandro De Marchi direttore
Anke Herrmann soprano
Ann Hallenberg contralto
Jörg Dürmüller tenore
Wolf Matthias Friedrich basso
Claudio Marino Moretti maestro del coro
bach. cantate
(sesto concerto)