di Nicola Campogrande
Si
esce dal nuovo Musée du quai Brainly ammaliati dalle forme morbide
dell’architettura di Jean Nouvel e stregati dalla bellezza dell’arte
extraeuropea. Perché la visita è quello che si dice “un’esperienza”.
Ma si esce e ci si ritrova a passeggiare per Parigi anche con le molte
domande che saltano addosso quando noi eurocentrici ci confrontiamo con
gli altri, e così concetti come primitivo, progresso, evoluzione,
uomo, natura si fanno più vaghi, indefiniti, fino a cambiare drasticamente
di significato.
Solleticati dalle migliaia di strumenti raccolti e dai video proiettati,
si esce, poi, con in testa la consapevolezza amara di quanto nei secoli
noi abbiamo distillato, ripulito, separato la pratica musicale da quella
dell’ascolto, tanto che io, per esempio, quando sono seduto tra
il pubblico mi sento a disagio se un artista mi vuole coinvolgere facendomi
battere le mani a tempo, il che è da cretini, lo so, ma fa parte
della mia, e direi della nostra, formazione. Non lo scopriamo oggi, d’accordo,
ma fa sempre impressione vederlo rappresentato: per gli altri la musica
praticata fa parte dell’esperienza di vita; per noi no.
Intanto, a metà dicembre, è stato pubblicato il documento
operativo redatto dal Comitato nazionale per l’apprendimento pratico
della musica, voluto dal ministro Fioroni e presieduto da Luigi Berlinguer.
E che cosa ci ripetono i musicisti e gli studiosi riuniti (dentro ci sono
i più bei nomi della musica italiana)?
Che bisogna cantare. Che in ogni scuola va formato un coro.
Che per diventare cittadini migliori, per imparare ad apprezzare le differenze,
per incontrare la vita in modo profondo si può usare la voce come
grimaldello formidabile.
Mi viene allora da lanciare una modesta proposta: e se, nell’attesa
che le scuole insegnino alle nuove generazioni a vivere la musica, ci
mettessimo a cantare in sala da concerto? Se, alla finedi un’esecuzione,
dopo gli applausi, dopo i bis, si inaugurasse una micro pratica corale
e, insieme ai musicisti che si sono appena esibiti, si cantasse una piccola
cosa per due o tre minuti? Si potrebbe anche far nascere un repertorio
ad hoc, composto per l’occasione, fatto di canti piccolissimi, orecchiabili,
avvicinabili da chiunque, che il pubblico torinese possa intonare senza
difficoltà. Forse le prime volte ci si sentirebbe a disagio; si
penserebbe di dover rimanere al di fuori di un gioco di questo genere;
ma poi, ripeti e ripeti, il canto dopo il concerto potrebbe diventare
un bel rituale, un modo semplice e immediato per stare insieme ai musicisti
professionisti, una via per fare musica nei luoghi deputati, tutti insieme,
e per sgranchire le ugole, i cervelli, i cuori.
Che cosa ne pensate?