di Gaia Varon
Cosa
ci sarà di nuovo in quest´esecuzione dei Concerti brandeburghesi,
a venticinque anni dalla versione incisa con l´English Concert?
Evidentemente la domanda gli viene rivolta spesso e con insistenza, perché
Trevor Pinnock, con tutto il garbo british che non lo abbandona mai, esordisce
nella conversazione con la risposta a quell´interrogativo anche
quando non viene posto: «La buona domanda non è questa, la buona
domanda è: che cosa mi chiede di fare qui la musica?» E la sintesi
lapidaria delle intenzioni interpretative di Pinnock è "Non
new, ma true". Esordi da corista ragazzino nella Cattedrale di Canterbury,
poi clavicembalista e direttore; fondatore nei primi anni Settanta del
rinomato ensemble con strumenti originali The English Concert che ha guidato
per un trentennio; ultimamente più impegnato che mai come solista,
Trevor Pinnock ha deciso di festeggiare i suoi sessant´anni con
una nuova incisione dei Concerti bachiani ed è inevitabile che
sia l´occasione per un bilancio, o almeno una riflessione, sulla
particolarissima galassia di musicisti che da alcuni decenni vanno in
cerca della corretta prassi esecutiva. Che Pinnock snocciola conversando
con le mani sempre in moto, con esuberante energia come quando percorrono
la tastiera, lasciando trasparire sempre leggerezza, disincanto, ma soprattutto
un inesauribile piacere di far musica.
«Per me ragazzo, la molla è scattata ascoltando Gustav Leonhardt
(anche se il musicista più amato era Dinu Lipatti), ma forse l´esigenza
di cercare un suono nuovo era nello Zeitgeist perché siamo stati
davvero tanti, negli anni Settanta, a buttarci in quest´avventura.
Con i tanti cambiamenti avvenuti dal pionierismo di allora, la prima riflessione,
gioiosa, è che oggi l´abbondanza e la ricchezza di esecuzioni
ed esecutori testimoniano la vitalità del repertorio».
E qual è la sua posizione riguardo all´annosa questione
di una possibile "autenticità" esecutiva?
«Credo che nessuno ne coltivi più l´illusione. Innanzitutto,
siamo interpreti; sul repertorio barocco, il compito dell´interprete
è spesso il completamento di un pensiero compositivo annotato sulla
pagina solo nelle sue linee fondamentali, ma quel completamento comprende
uno spazio di libertà e scelte personali. Il punto non è
dunque produrre esattamente gli stessi precisi risultati che produsse,
per esempio, Bach nel giorno tal dei tali, risultati che non possiamo
comunque conoscere e che sarebbero del resto ascoltati con orecchie con
tutt´altre abitudini di ascolto. La sola autenticità possibile
è l´onestà personale, la ricerca di una propria verità.
Le decisioni possono essere molto diverse, soprattutto diverse nelle diverse
epoche, ma l´esigenza e il valore dell´onestà personale
nel modo di porsi di fronte alla musica rimane valido in ogni circostanza.
Honest è true, che significa vero, ma anche fedele, corretto, autentico
insomma, non però nel senso pedissequo che può assumere
il termine in ambiti troppo rigorosamente filologici. Oggi ci sono tante
scuole, anche molto diverse fra loro nella pratica su strumenti antichi;
bene, ma per me spesso sono un po´ troppo convinti di ciò
che fanno. Credo che le scelte debbano essere più fluide: usare
strumenti antichi in una sala troppo grande può essere fuori luogo».
E allora, bisogna cambiare strumenti o sala?
«Contano più la struttura e l´atmosfera che la carta da parati,
vale per i luoghi come per le scelte esecutive. Mi sono immensamente divertito,
per esempio, in una serie un po´ pazza di concerti, mezzi barocchi
e mezzi moderni con Maxim Vengerov. Era un caso limite, un po´ pazzo
appunto, ma da cui abbiamo imparato entrambi. Compromessi però
ce ne sono sempre; la cosa più importante è stabilire, fissare
le condizioni del lavoro, poi lasciare entro quelle i più ampi
margini di libertà, che le cose si dispongano. Io, – dice, e lui
che ha parlato un po´ curvo, serissimo, con lo sguardo un po´
sfuggente di chi insegue immagini interiori, ora si apre improvvisamente
in un bellissimo sorriso che riempie gli occhi azzurrissimi – amo fare
musica e farla con buoni musicisti; tutto il resto può variare».
La festa grande per i sessant´anni di Trevor Pinnock è iniziata nell´estate 2006, a qualche mese dal compleanno vero e proprio, quando si è riunito all´Università di Sheffield il neocostituito Brandenburg Ensemble che include musicisti di diversi background, età, nazionalità (due italiani, fra i migliori strumentisti d´oggi: Alberto Grazzi, fagotto, e Gabriele Cassone, tromba) riuniti da Pinnock tra quelli che già conosceva, oppure accolti sulla fiducia, purché avessero tempo e voglia di buttarsi a capofitto in un progetto impegnativo. Dopo la séance estiva con le lunghe prove (segnate anche da un episodio doloroso, la morte di una giovane strumentista del gruppo), i Concerti brandeburghesi sono stati eseguiti nel vero e proprio dì di compleanno, il 16 dicembre 2006, successivamente incisi (per Avie Records) e, con gennaio 2007, inizierà la tournée europea. Il gruppo è a dimensione variabile, pronto ad adattarsi alle diverse sale in cui suonerà questa concisa ma immensa summa d´invenzione bachiana, sei Concerti nati alla fine degli anni Dieci del Settecento, nel periodo di Köthen, forse il più fecondo per la produzione strumentale di Bach, dedicati al musicofilo margravio di Brandeburgo che non li fece eseguire perché, pare, troppo difficili per i suoi musicisti. Certamente l´organico corrisponde a quello allora a disposizione di Bach e la serie allinea, in poco meno di due ore di musica, oltre alla varietà delle forme musicali, un susseguirsi di impasti e colori, ovvero di combinazioni strumentali, di stupefacente invenzione e bellezza. (g.v.)