di Fabrizio Festa
Le
vicende musicali del Novecento tedesco rappresentano un caso davvero speciale,
nel quale l´intreccio tra politica e cultura ha generato fenomeni
speriamo unici. Fenomeni che, a loro volta, hanno poi portato a conseguenze
sul piano artistico interessanti e comunque particolari. In altre parole,
ogniqualvolta affrontiamo il tema della produzione musicale tedesca moderna
e recente non possiamo fare a meno di stabilire alcuni indispensabili
riferimenti. Primo fra tutti, quello che vide l´arte nella Germania
nazista divisa in ariana e degenerata, con tutto quello che seguì.
Con la deportazione e la morte nei campi di concentramento di migliaia
di artisti (ovviamente musicisti compresi), con la diaspora di molti (se
non tutti) tra i migliori (quelli che riuscirono a evitare i Lager), e
di conseguenza con la distruzione radicale e sistematica di intere generazioni
e di un universo culturale tra i più fecondi.
A seguire, la reazione che portò gli artisti tedeschi (molti compositori
in prima fila) a elaborare un´estetica fortemente intrisa di elementi
ideologici, al punto da trasformarsi in una sorta di canone dogmatico,
da assumere indipendentemente dalla qualità dei risultati. Anzi,
soprattutto i musicisti sposarono la causa, alzando il vessillo del nuovo
(o di quanto ritenevano fosse tale) quasi fossero davanti al Palazzo d´Inverno.
Chiamarla oggi "avanguardia" fa riflettere molto, oggi che gran
parte di quella musica sopravvive solo come reperto museale, e che quella
medesima "avanguardia" (così accade troppo spesso ai
rivoluzionari in ogni latitudine e in tutte le epoche) è divenuta
nel breve volgere di qualche anno "accademia" e tra le più
esoteriche.
Quegli
anni Cinquanta, quei corsi a Darmstadt, se da un lato raccontano un´emozionante
avventura sonora (così come tutto ciò che è esperimento
e ricerca è ricco di suggestioni e non può lasciare indifferenti),
dall´altro segnano un punto di non ritorno (e un´ulteriore
biforcazione nel cammino della storia della musica), oltre il quale l´ormai
consolidato dominio della teoria (linguistica, sintattica, sonora) s´impone
al di là e al di sopra del pubblico e spesso anche degli artisti.
Un canone non è un paradigma. Ovvero, un dogma non è una
verità scientifica. La comunità dei musicisti accettò
quel canone in maniera dogmatica, e come accade sempre in questi casi,
fu pronta a rigettarlo allorquando la professione di fede si rivelò
inefficace. Quando, cioè, il pubblico abbandonò le sale
da concerto, dimostrò il suo totale disinteresse nei confronti
di quella musica, esprimendo una convinzione largamente diffusa anche
tra gli addetti ai lavori: non si dà musica senza ascoltatori.
Da qui la reazione, la svolta, tra compromessi e prese di posizione radicale
(naturalmente "contro").
Tra
i protagonisti di questa nuova stagione, una stagione il cui sole sorse
negli anni Ottanta, sta Heiner Goebbels. Classe 1952 (se dovessimo seguire
Stockhausen, potrebbe essere un segno del destino essere nato il 17 del
mese di agosto, e quindi nel mezzo tra due segni zodiacali contraddittori,
come Leone e Vergine), Goebbels sceglie il rock. Quello duro, germanico
(e chi ha frequentato i club berlinesi degli anni Ottanta ricorderà
antri oscuri, piercing diffuso e spettacolare, e anche voci, come quelle
di Nina Hagen, tutt´altro che tranquillizzanti nella loro rutilante
punkettarità). Siamo in Germania, però. Non dimentichiamolo.
Quel rock (e anche altro, come il jazz improvvisato e quello melenso del
Jarrett a Colonia) piace a tutti. Soprattutto a chi fa teatro e a chi
sceglie di esprimersi con la danza. Goebbels, che fiuto ha sempre dimostrato
d´averne in abbondanza, viene chiamato a scrivere le sue prime colonne
sonore e collabora, come compositore, col Balletto di Francoforte. In
quella Francoforte, dunque, dove vive e studia (non è certo un
caso e non possiamo non sottolinearlo) proprio sociologia. La svolta,
quella vera, quella che lo eleva al rango di protagonista prima sulla
scena tedesca, poi in quella europea e internazionale, avviene a metà
degli anni Ottanta. Goebbels scopre, infatti, i drammi di Heiner Mueller.
Nascono così i suoi primi drammi sonori: Verkommenes Ufer, Die
Befreiung des Prometheus, Wolokolamsker Chaussee, Schliemanns Radio, Der
Horatier/Roman Dogs/Chiens Romains, per citare solo quelli più
noti.
A questo punto della sua carriera, senza dimenticare le origini ma ormai
affermato nel suo ruolo di compositore, Goebbels con coerenza propone
la sua musica, inventando spettacoli sonori a tema, con titoli accattivanti
e spesso carichi di suggestioni (come Thraenen des Vaterlands, che potremmo
tradurre con: «lacrime della terra dei padri», rimarcando però
l´aspetto luttuoso contenuto nel tema tedesco di «Thraenen»). Nel
frattempo, 1988, comincia la collaborazione (siamo sempre sotto il cielo
di Francoforte) con l´Ensemble Moderne per il quale scrive Red Run,
Befreiung, La jalousie, nel mentre compone Herakles 2 per l´Ensemble
InterContemporain. Goebbels, insomma, si guadagna sul campo i galloni
di musicista, e la sua carriera conoscerà negli anni a venire una
notevole messe di successi, culminati nel 2003 con una commissione dei
Berliner Philharmoniker, From a Diary, eseguita sotto la direzione di
Simon Rattle. Difficile, com´è facile intuire, descrivere
qualitativamente la musica di Goebbels. Si tratta di opere nelle quali
le componenti sonore (ovvero il mix linguistico che attinge a repertori
e generi molto diversi) e le differenti "fonti d´ispirazione"
(dai drammi muelleriani alle forme della danza contemporanea alle molte
collaborazioni con altrettanti artisti diversi) determinano spesso in
maniera essenziale la natura stessa della musica, e quindi il risultato
sonoro finale. In questo contesto s´inserisce perfettamente Eraritjaritjaka,
pezzo per voce recitante e quartetto d´archi realizzato nel 2004,
basandosi su testi di Elias Canetti, a cominciare dal titolo. Eraritjaritjaka
è parola aborigena intraducibile nelle nostre lingue indo-europee.
Sta tra il "nostos" greco, e quindi l´immancabile nostalgia,
e il desiderio di ritrovare quanto abbiamo perduto nel tempo e nello spazio
(ed eccoci a Proust), ma alla fine dei conti nulla possiamo dire con certezza,
se non rimandare al Chatwin delle Vie dei canti. Nella pièce si
sovrappongono le parole di Canetti con la musica naturalmente (compresi
richiami e citazioni più o meno velate, a cominciare da quella
iniziale dell´Ottavo quartetto di S?ostakovic?) e con quanto Goebbels
mette in gioco tra luci e supporti tecnologici (audio e video).
Con molta cura, ovviamente, come ci ha abituato l´artista tedesco.
Del resto, le parole di Canetti parlano appunto del rapporto dell´artista
col mondo (ovvero, di come lo vede, lo percepisce, lo descrive, e di come
il mondo agisce su di lui), e quindi questa sorta di sinestesia artistica
(che coinvolge anche il pubblico) è di fatto inevitabile. E coinvolge
anche un attore (il francese André Wilms, tra i protagonisti del
cinema d´oltralpe negli ultimi trent´anni) e un quartetto
(il Mondriaan, olandese, fondato nel 1982 col chiaro intento di dar voce
al repertorio moderno e contemporaneo), entrambi impegnatissimi, oltre
che a fare e dire quanto loro compete, a stare "dentro" lo spettacolo.
Unione Musicale
mercoledì 24 gennaio ore 21 (serie dispari)
giovedì 25 gennaio ore 21 (serie pari)
venerdì 26 gennaio ore 21 (serie primo abbonamento)
Fondazione Teatro Stabile Torino
martedì 23 gennaio ore 20.45
sabato 27 gennaio ore 20.45
domenica 28 gennaio ore 15.30
Limone Fonderie Teatrali Moncalieri
Eraritjaritjaka, il museo delle frasi
Spettacolo di Heiner Goebbels
Testi di Elias Canetti
André Wilms attore Quartetto Mondriaan
Una produzione Théâtre Vidy-Lausanne E.T.E. con Schauspielfrankfurt
(Deutschlandpremiere), Spielzeiteuropa/Berliner Festspiele, Pour-Cent
culturel Migros, T&M-Odéon Théâtre de l´Europe (Paris),
Wiener Festwochen
Con il contributo di Fondation Landis & Gyr, Programma Cultura dell´Unione
Europea 2000, Pro Helvetia-Fondation Suisse pour la culture
Una collaborazione Fondazione Teatro Stabile Torino e Unione Musicale