di Monica Luccisano
Quartetto
pianistico: un duo moltiplicato per due, o forse ben altro ancora... 176
tasti (secondo la canonica cifra), 4 spartiti e 8 mani, tutti immersi
nel gioco pianistico, si tratti di somma, confronto o dialogo. Sono dimensioni
timbrico-espressive con un raggio d´azione e orizzonti estemporanei:
la sorpresa c´entra molto, e la nostra curiosità oggi è
guidata dal maestro Giuseppe Giusta, portavoce del Nuovo Quartetto Pianistico
Italiano. «Anch´io – racconta – sono stato spinto dalla curiosità
di operare a più mani. In vent´anni di ricerche ho trovato
numerose pagine e ho deciso quindi di coinvolgere i colleghi: ne è
nato un forte interesse comune e, da questo, la formazione del Nuovo Quartetto
Pianistico Italiano, con l´intento di portare al pubblico un mondo
inesplorato».
Quali sono gli autori che hanno scritto per questa formazione?
«La prima composizione, del 1845, è la Sonata di Moscheles, eseguita
per la prima volta dall´autore con Mendelssohn e due allievi. Nell´Ottocento
gli autori compongono per occasioni concertistiche, didattiche (Czerny,
Smetana), di intrattenimento salottiero (parafrasi su temi d´opera
di Duroc, Fumagalli...) o per diffondere il repertorio sinfonico (trascrizioni
da Beethoven, Mozart, Brahms, Wagner...). Dopo la prima metà del
Novecento, l´interesse per il quartetto pianistico è più
mirato e nascono molte pagine. Alcune ci sono state dedicate e una delle
più recenti, Abstract Future di Damerini, la presentiamo qui a
Torino, in prima assoluta».
Come si confrontano le singole qualità e le virtù
dell´insieme?
«Il nostro è un lavoro artigianale: si basa sul dettaglio, sulla
precisione. All´interno di complesse possibilità polifoniche,
ritmiche e dinamiche è importante rendere omogeneo il fraseggio,
il tocco, la simultaneità dell´attacco. Frammenti di melodia
passano da un esecutore all´altro, accordi si completano tra i pianoforti…
Per cambiare un dettaglio a volte si discute per ore!»
Qual è il segreto per un buon gioco di squadra?
«Come in tutte le formazioni da camera: disciplina, autocritica, pazienza.
E onestà intellettuale».